Carità e Media. Umanità e passione nella relazione introduttiva di Marina Lomunno

Carità e Media. Umanità e passione nella relazione introduttiva di Marina Lomunno

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Cinque città da un capo all’altro dell’oceano collegate tra di loro attraverso un sofisticato sistema di videoconferenza: Torino, Roma, Napoli, Milano e Brasilia. Quattordici giornalisti tra le firme più autorevoli della stampa italiana, oltre 280 persone presenti in sala e quasi 30.000 interazioni sui social network. Sono questi i numeri di “Carità e Media – volontariato ed operatori della comunicazione a confronto”, l’evento promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli in occasione del 400° anno dalla fondazione del “Carisma Vincenziano” e del 20° anno dalla beatificazione del fondatore Federico Ozanam.

Carità e Media. Umanità e passione nella relazione introduttiva di Marina Lomunno

Sabato 11 novembre 2017, presso il Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino erano presenti la giornalista RAI Alessandra Ferraro, il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, il vaticanista di La Stampa Andrea Tornielli, il direttore di Famiglia Cristiana don Antonio Rizzolo insieme al collega Alberto Chiara, il direttore della testata TGR RAI Vincenzo Morgante, Marina Lomunno e Luca Rolandi di La Voce e Il Tempo. A Roma, il Presidente della Federazione Nazionale Antonio Gianfico ha ospitato il direttore della rivista “La Civiltà Cattolica”, il gesuita padre Antonio Spadaro SJ, consultore del Pontificio Consiglio della Cultura e di quello delle Comunicazioni Sociali insieme a Carlo Climati, direttore del Laboratorio di comunicazione dell’Università Europea di Roma. Dalla sede del CSV di Napoli con Monica Galdo della Federazione Nazionale è intervenuto Francesco Gravetti di Il Mattino e Comunicare il Sociale. Dalla sede del Corriere della Sera di via Solferino a Milano ha risposto alle nostre domande il Direttore Luciano Fontana. Da Brasilia è intervenuto il Presidente Generale della Società di San Vincenzo De Paoli, il giornalista Renato Lima de Oliveira.

Carità e Media. Umanità e passione nella relazione introduttiva di Marina Lomunno

E proprio a Marina Lomunno, coordinatrice editoriale del settimanale Diocesano La Voce e Il Tempo, è stata affidata la relazione introduttiva che riportiamo integralmente di seguito:

Un ringraziamento soprattutto a Giovanni BERSANO, presidente dell’ ACC (Assemblea Consiglio Centrale) San Vincenzo de Paoli di Torino, che so che ha insistito con gli organizzatori perché il giornale della nostra Diocesi fosse presente accanto a tanti colleghi e direttori di testate nazionali.

Quando ne abbiamo parlato, il presidente sottolineava come fosse importante che questa giornata, sebbene di respiro nazionale con collegamenti esterni e relatori conosciuti al di là dei confini del Piemonte e della Valle d’Aosta, fosse soprattutto centrata e rivolta – anche per ringraziarli – alla maggior parte di coloro che sono in sala e cioè i confratelli, le volontarie e i volontari che ogni giorno perpetuano il carisma vincenziano in questo territorio con la prossimità a chi fa più fatica. Ecco quindi il motivo del mio intervento introduttivo di cronista locale (saranno poco più di suggestioni per avviare la tavola rotonda che segue): sono coordinatrice redazionale de La Voce e il Tempo, il settimanale della Diocesi di Torino, nato lo scorso anno dalla fusione del settimanale culturale a respiro nazionale ‘il nostro tempo’ e il settimanale della diocesi ‘La Voce del Popolo’ che ha tra i suoi fondatori nel 1876, san Leonardo Murialdo, uno dei santi sociali che ha reso famosa nel mondo questa città, collaboratore di don Bosco, animatore delle Unioni operaie cattoliche, precursori dei cosiddetti sindacati bianchi. Da oltre 20 anni sono anche tra i collaboratori da questa città per Avvenire: il nostro giornale soprattutto per le notizie religiose è un antenna sul territorio per il quotidiano dei cattolici che ricordiamo – visto che il tema di oggi è ‘Carità e media’, in un momento di crisi dell’editoria – abbiamo qui il direttore Marco Tarquinio – è l‘unico quotidiano italiano in crescita…

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Nel 1865 il Murialdo, avvertì la necessità di approfondire gli studi di teologia morale e di diritto canonico e andò a Parigi, al seminario di Saint Sulpice, entrando in contatto con le realtà educative e sociali della capitale francese, tra cui le Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli. In un discorso di quell’anno tenuto ad una Conferenza di S. Vincenzo disse: “Il laico, di qualsiasi ceto sociale, può essere oggi un apostolo non meno del prete e, per alcuni ambienti, più del prete”.

Con il presidente Giovanni Bersano siamo cresciuti nella stessa parrocchia, Nostra Signora della Salute, dove si venerano le spoglie mortali del Murialdo, nella periferia nord di Torino, in Borgo Vittoria, un quartiere operario esploso demograficamente negli anni ’60, quando gli operai erano la forza lavoro più massiccia di questa città e che ora la crisi dell’industria ha messo in ginocchio. Un quartiere che oggi rientra sicuramente tra quelle periferie che Papa Francesco indica come geografiche ed esistenziali, dove accanto alla disoccupazione non solo giovanile ma anche dei padri 50enni, si aggiungono i problemi dei tanti anziani soli che fanno fatica a tirare avanti con magre pensioni e che in molti casi si trovano a sostenere i figli disoccupati. E sempre qui vivono i nuovi arrivati dall’Europa dell’Est, dall’Africa, dal Maghreb, dall’America Latina che hanno trovato casa nelle zone del quartiere più povero, laddove negli anni 50’- 60’ si insediarono gli immigrati dal sud Italia e dal Veneto. Questa è la realtà di Borgo Vittoria e di tante altre periferie di questa città – dove, non ci dimentichiamo, la disoccupazione giovanile sfiora il 40%, cifre da capoluogo di Provincia del sud Italia. Periferie che ogni giorno i Vincenziani che sono in questa sala percorrono in lungo e in largo per portare nelle case con la visita a domicilio, il pilastro dell’apostolato vincenziano, la carità nello stile del loro fondatore.

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Come sapete Papa Francesco nel discorso alla Famiglia Vincenziana in occasione dell’Anno giubilare indetto per i 400 anni di fondazione del vostro carisma, pronunciato in piazza San Pietro sabato 14 ottobre 2017, ha evidenziato tre caratteristiche del vincenziano: ‘adorare, accogliere, andare’.

«Cari fratelli e sorelle – ha detto il Papa – vi ringrazio perché siete in movimento per le strade del mondo, come San Vincenzo vi chiederebbe anche oggi. Vi auguro di non fermarvi, ma di continuare ad attingere ogni giorno dall’adorazione l’amore di Dio e di diffonderlo nel mondo attraverso il buon contagio della carità, della disponibilità, della concordia. L’amore è dinamico, esce da sé. Chi ama non sta in poltrona a guardare, aspettando l’avvento di un mondo migliore, ma con entusiasmo e semplicità si alza e va. San Vincenzo lo ha detto bene: «La nostra vocazione è dunque di andare, non in una parrocchia e neppure soltanto in una diocesi, ma per tutta la terra. E a far che? Ad infiammare il cuore degli uomini, facendo quello che fece il Figlio di Dio, Lui che è venuto a portare il fuoco nel mondo per infiammarlo del suo amore» (Conferenza del 30 maggio 1659)».

Questa premessa perché credo che la differenza tra solidarietà e carità – il tema della mia introduzione – la si può capire solo se si trascorre qualche giorno accanto alle volontarie, ai confratelli, alle Figlie della carità e ai Missionari vincenziani… Io ho avuto la fortuna di fare questa esperienza prima come figlia di un papà che nel suo necrologio ha voluto che scrivessimo “confratello vincenziano”, poi da giovane scout facendo servizio in un gruppo di Volontariato vincenziano e accompagnando le volontarie nella visita a domicilio nelle case (spesso stamberghe) di tante di persone in difficoltà; e poi ancora da cronista raccontando le storie di carità vincenziana in questa Diocesi.

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Solidarietà e carità

Difficile tracciare una demarcazione fra solidarietà e carità. La parola solidarietà riempie i nostri giornali, i tg, i programmi televisivi (Telethon, le raccolte di solidarietà con gli sms per i terremotati, i bambini denutriti ecc.) e anche i discorsi nelle nostre comunità cristiane, le catechesi del Papa. Eppure c’è differenza tra carità e solidarietà: la solidarietà secondo la definizione del dizionario “è un rapporto di comunanza tra i membri di una collettività pronti a collaborare tra loro e ad assistersi a vicenda: solidari. sociale; condivisione di pareri, idee, ansie, paure, dolori ecc”.

La Carità invece «è la virtù teologale che consiste nell’amore verso Dio e verso il prossimo, si realizza nel dettato evangelico ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’, fino al più grande gesto d’amore dare la vita per il prossimo». Più comunemente è l’amore attivo per il prossimo che si esplica soprattutto attraverso le opere di misericordia”.

La solidarietà umana è un dovere morale che viene prima di ogni rivelazione divina, appartiene all’essere umano in quanto tale e ogni cultura attesta che gli uomini ne hanno sempre avuto piena coscienza. La solidarietà appartiene a tutti gli uomini indipendentemente dalla loro fede: si può essere atei o agnostici ed essere solidali molto più che tanti cristiani come spesso dice Papa Francesco; la carità invece è un dono soprannaturale che cambia la costituzione stessa dell’essere ed i cristiani non hanno scusanti: possono essere pienamente solidali con tutti ma vivere nella carità significa molto di più: non è un semplice “dare delle cose” ma è donare se stessi, condividere la propria vita con la vita degli altri e soprattutto dei poveri perché “Il più grande dei comandamenti della legge è amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi” (cfr. Mt 22,37-40). Cristo ha fatto proprio questo precetto della carità verso il prossimo e lo ha arricchito di un nuovo significato, avendo identificato se stesso con i fratelli come oggetto della carità e dicendo: « Ogni volta che voi avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me » (Mt 25,40).

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Egli infatti, assumendo la natura umana, ha legato a sé come sua famiglia tutto il genere umano in una solidarietà soprannaturale ed ha stabilito che la carità fosse il distintivo dei suoi discepoli con le parole: «Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni verso gli altri». (Gv 13,35).

Per tornare all’inizio della mia chiacchierata, dicevamo, la differenza fra carità e solidarietà la si capisce stando vicino ai vincenziani, che oggi in questa città portano il testimone dei santi sociali torinesi che tanto hanno mutuato dalla spiritualità vincenziana: pensiamo al Cottolengo, al Cafasso, a don Bosco al beato Piergiorgio Frassati, vincenziano pure lui e al Murialdo che citavo all’inizio perché è il santo che conosco meglio: per trent’anni rettore degli Artigianelli, il collegio dove ospitava i ragazzi orfani e abbandonati, cercando di insegnargli un mestiere, di fargli da padre e da madre e di sfamarli, assediato dai debiti perché non riusciva a mandare avanti la baracca, di notte i suoi collaboratori lo trovavano prostrato davanti al Santissimo (“adorare”, di cui parlava il Papa) e di giorno – lui che era teologo, figlio di una famiglia benestante di Torino (ben diverso dal contadino don Bosco) – quando si trovò con l’acqua alla gola per i debiti più volte andò a chiedere l’elemosina alle famiglie ricche della città che lui conosceva bene davanti alla Consolata, il santuario dei Torinesi…Uscendo da Messa, vedendolo chiedere l’elemosina con un bussolotto davanti al santuario, le dame della Torino bene che lo riconoscevano gli chiedevano: “Ma teologo come si è potuto ridurre così”… (raccontano i suoi biografi). E lui rispondeva: “Chiedo nel nome di Cristo il pane per i miei figli…».

Ecco chi sono i vincenziani che ho conosciuto e che sono in questa sala: gente che vive, o cerca di vivere la carità, come raccomandava san Vincenzo: «I poveri sono i nostri signori e i nostri padroni. Dobbiamo amare Dio e i poveri ma a spese delle nostre braccia e col sudore della nostra fronte».

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Ecco la differenza tra carità e solidarietà: se nel povero noi scorgiamo Dio, si spiega la frase che san Vincenzo rivolgeva alle Figlie della Carità: “Se dovete lasciare l’orazione per andare da un malato, fatelo. Il vostro dovere è lasciare tutto per il servizio dei poveri…Non dovete preoccuparvi e credere di aver mancato, se per il servizio dei poveri avete lasciato l’orazione. Non è lasciare Dio, quando si lascia Dio per Iddio, ossia un’opera di Dio per farne un’altra. Se lasciate l’orazione per assistere un povero, sappiate che far questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa. E’ una grande signora: bisogna fare ciò che comanda. Tutti quelli che ameranno i poveri in vita non avranno alcun timore della morte. Serviamo dunque con rinnovato amore i poveri e cerchiamo i più abbandonati. Essi sono i nostri signori e padroni”. (“Accogliere”, cfr discorso ai vincenziani, Papa Francesco, cit.).

Oggi, 11 novembre, mentre riflettiamo sul tema della carità, celebriamo la festa liturgica di san Martino di Tours, un santo ‘simbolo del servizio ai poveri’ ed è molto significativa anche la coincidenza delle celebrazioni del 400° anno dalla fondazione del Carisma vincenziano e del 20° anni dalla beatificazione di Federico Ozanam, giornalista e fondatore della società di San Vincenzo de’ Paoli, con la Prima giornata mondiale dei Poveri che si celebrerà domenica prossima 19 novembre. È stata indetta da papa Francesco al termine del Giubileo della misericordia intitolandola significativamente, ispirandosi alla prima lettera di san Giovanni: «Non amiamo a parole ma con i fatti» (1 Gv 3,18). Una giornata dove la Chiesa del mondo avrà modo di riflettere sulla carità che, come sottolinea Francesco, non si può mai disgiungere dalla giustizia.

Scriveva a questo riguardo Sant’Ambrogio di Milano

«Tu dai al povero del denaro, cioè materia; il povero dà a te la gratitudine, cioè spirito; e questo, nell’economia divina, viene segnato nel conto dei tuoi meriti (…) Se tu vesti l’ignudo rivesti te stesso di giustizia; se fai entrare sotto il tuo tetto il forestiero, se accogli il bisognoso, egli ti procura l’amicizia dei santi e la dimora eterna. (…) Non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché quel che è dato in comune per l’uso di tutti, lo usurpi tu solo. La terra è di tutti, e non solo dei ricchi. (Ambrogio di Milano, De Nabuthae, PL, XIV, 783).

Cioè non è merito nostro essere nati in una culla diversa rispetto a chi è nato in una baracca nella discariche del sul del mondo…

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“Fare inclusione sociale dei poveri, obiettivo chiaro della Chiesa in uscita ma anche tema caro a tante culture del nostro tempo, passa necessariamente da un modo più convinto di vivere i doveri di giustizia. Sia a livello della società civile con le sue istituzioni e i suoi corpi, sia a livello della comunità ecclesiale. Tenendo tutti ben presente che la condivisione concreta non è atto di carità, ma necessità di giustizia… La lotta alla povertà non si fa con la carità, ma con la giustizia sorretta dalla carità. Se mancano le condizioni di dignità non possiamo continuare a mettere cerotti, rattoppi nuovi su vestiti logori e senza consistenza”. (Pier Luigi Dovis direttore Caritas Diocesi Torino, la Voce e il Tempo, 26 febbraio 2017)

E poi ancora, sulla differenza tra carità e solidarietà, dice papa Francesco nel messaggio della giornata del Povero. Parole che molto si avvicinano alla carità nello stile vincenziano:

«Non pensiamo ai poveri solo come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana, o tanto meno di gesti estemporanei di buona volontà per mettere in pace la coscienza. Queste esperienze, pur valide e utili a sensibilizzare alle necessità di tanti fratelli e alle ingiustizie che spesso ne sono causa, dovrebbero introdurre ad un vero incontro con i poveri e dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita. Infatti, la preghiera, il cammino del discepolato e la conversione trovano nella carità che si fa condivisione la verifica della loro autenticità evangelica. E da questo modo di vivere derivano gioia e serenità d’animo, perché si tocca con mano la carne di Cristo. Se vogliamo incontrare realmente Cristo, è necessario che ne tocchiamo il corpo in quello piagato dei poveri, come riscontro della comunione sacramentale ricevuta nell’Eucaristia… Sempre attuali risuonano le parole del santo vescovo Crisostomo: “Se volete onorare il corpo di Cristo, non disdegnatelo quando è nudo; non onorate il Cristo eucaristico con paramenti di seta, mentre fuori del tempio trascurate quest’altro Cristo che è afflitto dal freddo e dalla nudità” (Hom. in Matthaeum, 50, 3: PG 58). (Francesco, Messaggio per la prima Giornata dei Poveri, 13 giugno 2017).

Siamo chiamati, pertanto, a tendere la mano ai poveri, a incontrarli, guardarli negli occhi, abbracciarli, per far sentire loro il calore dell’amore che spezza il cerchio della solitudine. La loro mano tesa verso di noi è anche un invito ad uscire dalle nostre certezze e comodità, e a riconoscere il valore che la povertà in sé stessa costituisce». (Francesco, Messaggio per la prima Giornata dei Poveri, 13 giugno 2017).

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Permettetemi di concludere queste suggestioni con un esperienza personale. Mio padre Francesco, accennavo all’inizio, è stato a lungo confratello della San Vincenzo. Una sera credo avessi 16 o 17 anni torno a casa dopo un pomeriggio di studio con i miei compagni di liceo e trovo la tavola apparecchiata per 6 persone in famiglia allora eravamo in 4. Mio padre stava parlando fitto fitto con un suo confratello, mia madre in cucina. Cerco di entrare in bagno era chiuso, sentivo lo scrosciare della doccia. Chiedo spiegazioni a mia madre che mi dice “chiedi a tuo padre”. Mi risponde il confratello: “Oggi è venuto da noi un pover uomo senza casa ha bisogno di un ricovero per stanotte è uscito tre giorni fa dal carcere non ha nessuno; domani andrà in parrocchia ma stasera viene a casa mia a dormire. Tuo padre l’ha invitato a cena si sta facendo una doccia era da giorni che non si lavava”. Non ci ho più visto, non capivo perché ci si dovesse far carico dei problemi delle persone fino al punto di contaminare la nostra doccia. Senza salutare ho preso la porta e me ne sono andata da una mia amica. Mi vergognavo di mio padre. Col tempo ho capito che questa era la carità che viene prima di mettere in atto azioni per chiedere giustizia: «Ogni volta che voi avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». E mi rammarico di non aver mai chiesto scusa a mio padre per non aver capito la lezione che mi stava dando in quel momento.

Infine una segnalazione per chiudere questi appunti sparsi, molto personali e un po’ sconnessi. Se qualcuno di voi è interessato a leggere qualche storia di carità un confratello storico di questa città, ultraottuagenario, Pier Carlo Merlone, ha scritto una raccolta di racconti «Echi dal vento». Ho insistito perché lo diffonda oggi (non era assolutamente d’accordo di portare il suo libro qui oggi con tutti questi scrittori e giornalisti illustri, lui che è dice di essere un dilettante)… Certo non sono racconti di Buzzati ma sono storie di carità di un vincenziano torinese fino al midollo che hanno caratterizzato la sua vita di confratello a servizio dei poveri, i nostri padroni. GRAZIE

Marina Lomunno
Coordinatrice Editoriale
La Voce E il Tempo

Alessandro Ginotta
Ufficio Stampa del
Coordinamento Interregionale della
Società di San Vincenzo De Paoli

Le fotografie della sala di Torino sono di Carlo Cretella (Il Videogiornale) e Renzo Bussio (La Voce e il Tempo)

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