
Non è fame di pane. È fame di infinito
Ci sentiamo inquieti. Sempre un po’ incompleti. Un passo indietro rispetto alla gioia. Ma Lui è lì. Davanti a te. Così evidente da sembrare invisibile. Pane spezzato. Amore che si lascia mangiare. Presenza che non si impone… ma si offre
Il mio in(solito) commento a:
Non Mosè, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo (Giovanni 6,30-35)
Oggi ti porto con me sulle rive del lago di Tiberiade. Chiudi gli occhi un attimo, davvero: senti il fruscio leggero delle foglie accarezzate dal vento, vedi la luce che si rifrange sull’acqua come una carezza che non vuole finire, respira quell’aria che sa di eterno… e dimmi: non sembra anche a te un piccolo angolo di paradiso?
Eppure, proprio lì, dove tutto parla di bellezza, di pienezza, di vita… emerge qualcosa che stona, qualcosa che graffia dentro. La fame. Non quella che brontola nello stomaco, no. Una fame più sottile, più profonda, più difficile da nominare. La fame di Dio.
Sono le stesse folle di poco prima, lo sai. Quelle che hanno visto con i loro occhi il pane moltiplicarsi tra le mani di Gesù, quelle che hanno mangiato fino a saziarsi, fino a non desiderare più nulla… eppure eccole ancora lì, inquieti, insoddisfatti, come se quel miracolo non fosse bastato. E allora capisci qualcosa di te.
Perché anche tu sei così. Perché anche io sono così. Riceviamo tanto… e dimentichiamo in fretta. Siamo colmi… e ci sentiamo vuoti. Vediamo… eppure non riconosciamo. “Quale segno ci dai, perché possiamo credere?”.
È una domanda che ferisce, perché è incredibilmente nostra. È la domanda di chi ha gli occhi aperti… ma il cuore ancora chiuso. È la domanda di chi ha appena ricevuto un miracolo… e ne chiede subito un altro. E Gesù non si arrabbia. Non si stanca. Non si ritira. Risponde. Con una pazienza che ha il sapore dell’eterno: “Non Mosè, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo”.
Come a dirti: smettila di guardare indietro per cercare Dio. Smettila di vivere di ricordi, di nostalgie, di miracoli passati. Dio non è ciò che è stato. Dio è Colui che è. Adesso. Qui. Per te. E poi compie il passo decisivo. Quello che cambia tutto. Quello che, se lo accogli davvero, non ti lascia più come prima: “Io sono il pane della vita”.
Non un segno. Non un simbolo. Non un aiuto. Io. Dio non ti dà qualcosa da consumare… ti dona Se stesso da accogliere. Non ti riempie la vita di cose… riempie la tua vita di presenza. Non sfama un bisogno momentaneo… tocca quella fame che ti porti dentro da sempre. Perché vedi, il punto è proprio questo: noi siamo esperti nel confondere le nostre fame. Scambiamo il grido dell’anima per un bisogno del corpo. Cerchiamo risposte nelle cose… quando la risposta è una Persona. Ci riempiamo di tutto… tranne che di ciò che davvero ci manca.
E restiamo inquieti. Sempre un po’ incompleti. Sempre un passo indietro rispetto alla gioia. Ma Lui è lì.
Davanti a te. Così evidente da sembrare invisibile. Pane spezzato. Amore che si lascia mangiare. Presenza che non si impone… ma si offre.
Allora oggi non avere paura di quella fame che senti dentro, anche quando non sai darle un nome, anche quando ti spaventa, anche quando provi a soffocarla riempiendoti di altro. Ascoltala. Perché non è un limite. È una direzione. È la traccia che Dio ha lasciato dentro di te per farsi trovare.
E forse, proprio oggi, proprio adesso, mentre pensavi di avere bisogno di qualcosa… scoprirai che in realtà stavi cercando Qualcuno. Il solo Pane che non finisce. Il solo Amore che non delude. E quando lo riconoscerai… non avrai più bisogno di segni perché sarai finalmente sazio #Santanotte
Alessandro Ginotta

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