
La voce che credevi di avere spento
Puoi silenziare un contatto, rimandare una telefonata, riempire ogni vuoto di impegni e convincerti che quella ferita sia ormai chiusa; poi arriva una domanda, si siede accanto a te nel buio e bussa proprio dal punto in cui avevi murato il dolore: forse è Dio che, attraverso la voce che credevi di avere spento, sta cercando di restituirti alla vita
Il mio (in)solito commento a:
“Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?” (Lc 9,7-9)
Ci sono parole che proviamo a dimenticare perché ci hanno mostrato una parte di noi che non volevamo vedere. Le copriamo con il lavoro, gli impegni, il rumore delle giornate. Poi basta un incontro, una frase ascoltata per caso, una notte più silenziosa delle altre, e quelle parole tornano a bussare.
Accade anche a Erode. «Giovanni, l’ho fatto decapitare io». Credeva di aver spento per sempre quella voce scomoda, eppure ora sente parlare di Gesù e qualcosa dentro di lui si risveglia: «Chi è dunque costui?». La verità può essere allontanata, umiliata, perfino decapitata. Troverà comunque una strada per tornare, magari sotto forma di domanda.
Erode «cercava di vederlo». È questo il piccolo spiraglio di luce che attraversa il Vangelo: anche nel cuore più confuso può nascere il desiderio di Dio. Forse è ancora una curiosità imperfetta, mescolata alla paura e al rimorso, ma è già una crepa nel muro. Nessun cuore è completamente chiuso finché riesce ancora a farsi una domanda.
Anche noi cerchiamo Gesù. Lo cerchiamo quando una preoccupazione ci toglie il sonno, quando una relazione si spezza, quando ci accorgiamo di aver ferito qualcuno o quando, pur avendo tutto, sentiamo che manca qualcosa. Lo cerchiamo nelle parole del Vangelo, in una chiesa vuota, nello sguardo di una persona che ci ascolta senza giudicare. A volte lo cerchiamo da lontano, perché temiamo che incontrarlo davvero possa cambiare i nostri equilibri.
Vorremmo vedere Gesù senza lasciarci vedere da lui. Eppure il suo sguardo non viene a umiliarci. Raggiunge le stanze che teniamo chiuse per portarvi aria nuova: il senso di colpa, il torto mai riconosciuto, quella telefonata che continuiamo a rimandare, il perdono che potrebbe restituirci la pace. Gesù entra proprio lì, dove pensavamo fosse ormai troppo tardi, e ci ricorda che una scelta sbagliata appartiene alla nostra storia, ma non possiede il diritto di scriverne il finale.
La domanda di Erode — «Chi è costui?» — può diventare anche la nostra. E può aprire una porta. Basta compiere un passo: smettere di ascoltare soltanto ciò che gli altri raccontano di Dio e cominciare a parlargli; posare le difese, riconoscere ciò che ci pesa e lasciarci raggiungere dalla sua misericordia.
Dio può servirsi perfino del rimorso come di un grimaldello: lo infila nella serratura delle nostre difese e, con infinita pazienza, riapre la stanza in cui avevamo rinchiuso la speranza. Perciò, se dentro di te continua a tornare la domanda «Chi è costui?», lasciala lavorare. Un giorno sentirai cedere qualcosa, piano, e capirai che, mentre credevi di aprire una porta a Gesù, era lui che stava aprendo te alla vita. Alcune domande cercano una risposta. Questa viene a liberarci. #Santanotte
Alessandro Ginotta

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