
Quel punto in cui ti senti meno solo
C’è qualcuno che oggi, parlando con te, cercherà sul tuo viso il permesso di essere fragile: forse dirà che è soltanto un po’ stanco, mentre trattiene le lacrime, oppure ti domanderà come stai, sperando che tu gli rivolga la stessa domanda e rimanga abbastanza a lungo da ascoltare la risposta. Se saprai fermarti, anche soltanto per qualche minuto, quella persona potrà finalmente deporre qualcosa del peso che porta. Puoi essere il luogo in cui qualcuno smette di trattenere il respiro.
Il mio (in)solito commento a:
«Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi» (Luca 9,1-6).
Gesù raduna i Dodici, dona loro forza e li manda ad annunciare il Regno e a guarire, tenendo insieme la parola che accende la speranza e la cura che raggiunge una ferita. Il Vangelo si mette in cammino verso le case, si avvicina ai letti, cerca gli occhi di chi da troppo tempo viene guardato soltanto attraverso la sua malattia. Poi arriva una richiesta sorprendente: partire senza bastone, senza sacca, senza pane e senza denaro. Proprio loro, chiamati a portare agli altri un dono immenso, dovranno bussare a una porta e chiedere qualcosa da mangiare.
Noi avremmo probabilmente domandato qualche giorno per organizzarci, come facciamo quando rimandiamo una telefonata finché avremo la mente libera, una visita finché saremo meno stanchi, un gesto di generosità finché avremo sistemato le nostre cose. Intanto continuiamo a voler bene alle persone dentro di noi, dove però loro fanno fatica ad accorgersene.
L’affetto che provi merita di arrivare a destinazione. Può farlo oggi, attraverso un «come stai davvero?», un invito a prendere un caffè, un «ti accompagno io» detto a chi si prepara ad affrontare da solo una giornata difficile. Anche dieci minuti possono diventare preziosi, quando chi li riceve sente che, per quei dieci minuti, sei tutto lì.
Gesù si fida di discepoli che hanno ancora molto da imparare, e questa fiducia raggiunge anche te, mentre cerchi un equilibrio e ti sembra di avere così poco da offrire. Puoi cominciare da ciò che hai, senza aspettare che ogni dubbio sia risolto e ogni fatica superata. Forse la tua vita può essere ancora in disordine, ma il tuo amore è già pronto a uscire.
In quella partenza senza provviste c’è poi una lezione tenerissima: i Dodici dovranno lasciarsi aiutare. Qualcuno preparerà per loro la tavola, offrirà un letto, dividerà il pane, e così chi li accoglie scoprirà di avere qualcosa da donare a quegli uomini mandati da Gesù.
Quanto bene possiamo fare permettendo a una persona di essere importante per noi. Pensa a un genitore anziano al quale chiedi un consiglio, a un figlio di cui ascolti sul serio l’opinione, a qualcuno che sta attraversando un periodo difficile e al quale dici: «Mi daresti una mano?». In quella domanda gli restituisci un posto nella vita degli altri, la gioia di contribuire, la possibilità di sentirsi ancora capace.
Anche lasciarsi voler bene è un modo di far crescere il Regno. Gesù chiede poi ai suoi di rimanere nella casa che li accoglie, e quel verbo ci riguarda da vicino, abituati come siamo a dividere l’attenzione fra mille richiami. Perché le persone hanno bisogno di tempo per fidarsi e ci sono dolori che trovano le parole soltanto alla seconda telefonata, quando hanno capito che possono mostrarsi senza diventare un fastidio.
Magari hai già indossato il cappotto quando senti: «Aspetta, c’è una cosa che volevo dirti», e dalla voce comprendi che quella cosa è rimasta in silenzio per tutta la sera. A volte amare significa togliersi di nuovo il cappotto.
Il Vangelo entra così nelle nostre giornate, mentre abbassiamo il volume del televisore per ascoltare un figlio, chiediamo a chi vive con noi che cosa gli sia pesato sul cuore, torniamo a cercare un amico mesi dopo il lutto, quando le telefonate si sono diradate e la casa è ancora troppo silenziosa.
Gesù dona ai Dodici il potere di guarire; noi possiamo pregare per chi è malato, accompagnarlo nelle cure, preparare una cena o sederci accanto a lui durante un’attesa. Ci saranno sofferenze che non sapremo alleviare, eppure la nostra presenza potrà rendere più abitabile anche una giornata difficile, perché quella persona avrà qualcuno a cui affidare la paura.
C’è già un sollievo nel pensare: «Domani viene. Potrò raccontarglielo». E quando una porta rimane chiusa, quando il nostro affetto viene frainteso o respinto, Gesù ci invita a scuotere la polvere dai piedi e a proseguire. Possiamo consegnargli la delusione, rispettare la libertà dell’altro e darci il tempo di ritrovare serenità, custodendo ciò che di buono avevamo desiderato offrire. Il prossimo incontro merita la parte di te che spera ancora.
Oggi il cammino dei Dodici passa anche dalle scale del tuo condominio, dalla cucina di casa, dal luogo in cui lavori, e ti affida volti che conosci tanto bene da rischiare di guardarli distrattamente. Prova a soffermarti, a fare una domanda in più, a riconoscere una stanchezza nascosta dietro una risposta brusca: potrebbe aprirsi proprio lì lo spazio per un po’ di tenerezza, per una parola che riavvicina, per ricominciare.
Il Regno cresce anche attraverso questa disponibilità quotidiana, mentre impariamo ad accorgerci gli uni degli altri e a rendere visibile l’amore che ci è stato affidato.
Che bello se qualcuno, ripensando alla sua giornata, potesse dire: «A un certo punto mi sono sentito meno solo». E quel punto fossi tu #Santanotte
Alessandro Ginotta

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