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Dio ti ama anche quando hai finito le forze

Dio ti ama anche quando hai finito le forze

Ci sono sere in cui sparecchi la tavola, rispondi all’ultimo messaggio, domandi a tutti come stanno e poi rimani lì, con il desiderio che qualcuno rivolga anche a te quella domanda e abbia il tempo di ascoltare la risposta. Hai tenuto insieme tante cose, ma dentro senti che qualcosa cede. Forse la fede ricomincia proprio in quel punto, quando riesci a dire a Dio ciò che nascondi persino a chi ti vuole bene: «Oggi avrei bisogno che qualcuno si prendesse cura di me».

Il mio (in)solito commento a:
«Tu sei il Cristo di Dio. Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto» (Luca 9,18-22).

Gesù sta pregando e i discepoli sono con Lui. Mi piace pensare che possiamo avvicinarci anche noi, portando quella discussione che ci è rimasta addosso, l’ansia per un figlio, la fatica di sorridere quando avremmo bisogno di piangere. Possiamo sederci così, senza preparare una versione più presentabile della nostra giornata. Dio sa stare accanto anche a quello che di te non sai spiegare.

In quella vicinanza Gesù domanda che cosa dica di Lui la gente, e i discepoli riferiscono ciò che hanno sentito. Poi la domanda si fa personale: «Voi, chi dite che io sia?». Adesso ciascuno deve cercare una risposta dentro la propria vita, dove le parole imparate incontrano ciò che abbiamo vissuto e qualche volta tremano.

Chi sei per me, Gesù, quando la preghiera sembra tornare indietro senza risposta? Quanto posso fidarmi di te quando ho paura per qualcuno che amo? Riesco a farti spazio anche nelle stanze della mia vita che tengo chiuse perché mi vergogno del disordine Pietro risponde: «Il Cristo di Dio». C’è tanta fede in quelle parole, e c’è ancora tanta strada da fare per comprenderle. Gesù comincia a parlargli della sofferenza, del rifiuto, della morte e della risurrezione: gli affida qualcosa di sé che Pietro faticherà ad accogliere, perché anche a noi accade di amare qualcuno e desiderare, senza accorgercene, che corrisponda all’idea che ce ne siamo fatti.

Succede persino con Dio. Gli prepariamo un posto nei nostri progetti e poi ci smarriamo quando la vita prende un’altra direzione. Abbiamo pregato, cercato di comportarci bene, fatto quanto potevamo: perché adesso quella persona soffre? Perché ci troviamo ancora a ricominciare?

Dentro queste domande c’è spesso una paura che non osiamo confessare: essere stati dimenticati. Puoi dirglielo. Puoi pregare con la voce che hai, anche se è incrinata, anche se riesce a pronunciare soltanto: «Signore, non capisco». Ci sono giorni in cui la fede è questo filo di voce che continua a cercare qualcuno dall’altra parte del dolore. E il Vangelo ci invita a fidarci che dall’altra parte ci sia Lui, capace di ascoltare anche una preghiera che somiglia a un pianto.

Gesù prepara i suoi amici a riconoscerlo quando il suo volto sarà ferito. È un’educazione dell’amore che riguarda da vicino anche noi, perché arriva il giorno in cui un genitore non riesce più a fare ciò che faceva, un figlio diventa silenzioso, la persona che abbiamo accanto attraversa una fatica che la rende difficile da raggiungere. Vorremmo ritrovare quella di prima e intanto rischiamo di non vedere quanto abbia bisogno di noi quella di adesso. Amare chiede anche questo: imparare di nuovo chi abbiamo davanti, rinunciare alla fretta di aggiustarlo, lasciargli il tempo di fidarsi. A volte comincia con una domanda fatta senza guardare l’orologio, con una mano che rimane vicina mentre le parole tardano. L’amore, certe volte, è una sedia che nessuno ha tolto da accanto a te.

Così ascolto quel «deve soffrire molto», ricordando le mani con cui Gesù ha guarito, rialzato, restituito dignità. Il dolore non diventa buono perché Lui lo attraversa, e nessuno è chiamato a lasciarsi ferire per dimostrare la propria fede. Gesù ama la vita, la custodisce, la libera; resterà fedele a questo amore anche quando gli costerà tutto. Sulla croce arriverà fin dentro la nostra paura di essere abbandonati. E allora, accanto alla sua domanda, ne sento nascere un’altra, forse anche tua: «Gesù, io chi sono per te quando esaurisco la pazienza, deludo chi amo, ricado proprio dove avevo promesso di cambiare?».

Penso a Pietro, alla generosità dei suoi slanci e alla paura che lo porterà a dire di non conoscere il Signore. Gesù conosce quella fragilità e continua a chiamarlo, gli affida una strada, gli offrirà ancora la possibilità di amare. Quanto coraggio può nascere dal sentirsi guardati così, senza che il nostro errore occupi tutto lo spazio del nostro nome.

Dio vede ancora qualcuno da amare là dove tu continui a vedere qualcuno da rimproverare. Lasciati raggiungere da questo sguardo. Forse oggi potrai chiedere scusa senza mortificarti, riconoscere un limite senza sentirti inutile, accettare un aiuto senza pensare di essere un peso. Anche permettere a qualcuno di volerci bene richiede coraggio, soprattutto quando abbiamo imparato a sentirci preziosi soltanto mentre facciamo qualcosa per gli altri.

Puoi riposare. Il bene che hai seminato continua a esistere anche quando ti fermi, e tu rimani degno d’amore anche quando, per una sera, hai soltanto mani vuote da offrire. Gesù, intanto, arriva fino in fondo al suo annuncio e parla della risurrezione. Noi ci fermiamo spesso alla parola che fa male, la ripetiamo dentro finché sembra contenere tutto il futuro. Lui ci chiede di ascoltare ancora: dopo quella parola ce n’è un’altra.

Il terzo giorno appartiene alla sua promessa anche quando i discepoli non riescono a immaginarlo. Possiamo custodirla così, questa speranza, senza pretendere di sapere quando finirà la fatica, lasciandole però abbastanza spazio da suggerirci il prossimo gesto: aprire una porta, cercare una persona, tornare a pregare, accogliere la piccola gioia che si affaccia senza sentirci in colpa.

Abbi cura di te: meriti tenerezza anche mentre aspetti che qualcosa cambi. E a fine giornata, se avrai finito le forze, consegna a Dio almeno il peso di dover prevedere tutto. Puoi addormentarti senza avere risolto ogni cosa. Dentro la tua vita ci sono ancora mattine che non hai visto. Dio saprà trovarti anche lì. #Santanotte

Alessandro Ginotta

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