
Dio ti abbraccia dove ti spezzi
Ti stacchi dagli abbracci un istante prima di sentirti al sicuro. Appoggi la fronte a una spalla, senti una mano sulla schiena e, proprio quando qualcosa dentro comincia a cedere, ti ritrai con un sorriso: temi che, restando ancora, uscirebbe tutta insieme la stanchezza che distribuisci in silenzio tra i giorni, perché nessuno si accorga di quanto pesa. Dici che passa, mentre avresti voluto soltanto rimanere e scoprire che puoi essere accolto anche quando non riesci più a tenere insieme tutto.
Il mio (in)solito commento a:
«Questa figlia di Abramo non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?» (Luca 13,10-17)
Nella sinagoga una donna guarda in basso, perché da diciotto anni il suo corpo le impedisce di raddrizzarsi. Cercare gli occhi di qualcuno le costa fatica; a te, qualche volta, costa il coraggio di lasciarti vedere, perché uno sguardo attento potrebbe scoprire quanto dolore trattieni dietro quel «va tutto bene». Le vostre storie sono diverse, eppure puoi starle accanto con ciò che non racconti, con il desiderio di essere raggiunto là dove da solo non riesci a risollevarti.
Gesù la vede e la chiama prima che lei domandi qualcosa, mentre è ancora curva, ancora prigioniera della propria infermità. Non deve raddrizzarsi per essere amata: è l’amore che le viene incontro mentre non ci riesce. Immagina quel cammino verso di Lui, la fatica di muoversi sotto gli occhi degli altri e la sorpresa di sentirsi attesa. Poi Gesù le dice: «Donna, sei liberata dalla tua malattia», e le impone le mani. Lei si raddrizza e glorifica Dio: dopo diciotto anni può finalmente incontrare i volti senza doverli cercare dal basso, e la gioia trova voce proprio in quel corpo che ha conosciuto tanta sofferenza.
Qualcuno, però, si indigna: è sabato, avrebbe dovuto aspettare. E forse riconosci quella stretta improvvisa, quando hai appena ricevuto qualcosa di buono e già temi di aver chiesto troppo, così arretri, ti scusi, cerchi di occupare meno spazio persino nella felicità. Ma Gesù prende la parola per lei, la chiama «figlia di Abramo» e difende la sua liberazione proprio oggi, davanti a tutti. Quella donna non dovrà chiedere perdono per essere tornata a vivere. La sua gioia può abitare il giorno santo, riempirlo, mostrarne la bellezza.
Rimani dentro questa scena finché quelle parole raggiungano anche la parte di te che si sente difficile da amare. Dio non ha cominciato ad amare quella donna quando si è raddrizzata: l’amava in ciascuno dei suoi giorni curvi, e ora Gesù rende visibile quell’amore attraverso le parole, il contatto delle mani, la libertà restituita. Così ama te, ogni giorno, anche quando ricadi nella stessa paura o avresti bisogno d’aiuto e ti vergogni di dirlo. Il sollievo può tardare, la sofferenza può durare più di quanto vorresti, ma nessuna fatica ti rende meno figlio, nessuna fragilità ti rende meno amato.
Oggi prova a pregare senza rassicurare anche Dio: raccontagli quanto pesa ciò che porti e quanto desideri essere tenuto vicino. Lascia che la preghiera continui dove di solito ti interrompi, dove sorridi per cambiare discorso, dove dici che in fondo non è niente. E se ti viene da piangere, concediti di rimanere: non devi salvare le apparenze tra le braccia di Dio. Puoi lasciarti amare per tutto il tempo di cui hai bisogno. #Santanotte
Alessandro Ginotta

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