
Dove ti perdoni, Dio ricomincia
Ti sei mai accorto che, dopo aver ferito qualcuno, anche le cose di casa sembrano guardarti diversamente? La tazza rimasta sul tavolo, la luce nel corridoio, un passo nell’altra stanza: tutto continua come prima, eppure tu vorresti tornare indietro di pochi minuti, ritrovare la parola mentre era ancora dentro di te e scegliere di non pronunciarla. «Non volevo», pensi. Poi una voce più sincera domanda: «E adesso, che cosa vuoi?». È una domanda piccola, ma può contenere il principio di una vita nuova.
Il mio (in)solito commento a:
“Amerai il Signore tuo Dio… e il tuo prossimo come te stesso” (Matteo 22,34-40).
Rimani lì, senza fuggire da te stesso. Dio ti ama anche mentre tu fai fatica a sopportarti. Conosce ciò che hai fatto, persino ciò che non osi nominare, e il suo amore arriva fin dentro quella verità. Se hai sbagliato gravemente, puoi lasciarti raggiungere proprio dove hai più bisogno di misericordia: nessuna parte della tua storia deve restare senza la possibilità di un ritorno. Dio ama te e chi hai ferito; nel suo amore puoi trovare il coraggio di assumerti la tua responsabilità, riparare il possibile, rispettare il tempo e la distanza dell’altro. Il perdono chiesto non è qualcosa da esigere. È il primo gesto di chi torna a prendersi cura.
È con questo cuore, ancora impacciato nel bene, che possiamo ascoltare Gesù: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». E poi: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti (Matteo 22,34-40). Tutto quel sapere, tutte quelle prescrizioni trovano qui il loro centro. E noi, che sappiamo giustificare così bene le nostre ragioni, ci ritroviamo davanti a una domanda che ci lascia senza difese: quanto amore riesce a passare attraverso il nostro avere ragione?
L’umanità ha imparato presto a contare le ferite. Nel Codice di Hammurabi, circa diciotto secoli prima di Cristo, alcune pene riproducevano il danno inflitto; nell’Esodo e nel Levitico, occhio per occhio, dente per dente ponevano un limite alla rappresaglia senza misura. Ma già il Levitico vietava la vendetta e comandava l’amore del prossimo. Gesù pone questo amore al centro di tutto e ci conduce fino ad amare il nemico. Noi siamo ancora lì, talvolta, ad aspettare che qualcuno soffra abbastanza da capire. Lui ci invita a interrompere il viaggio del male.
È una rivoluzione copernicana del cuore: l’amore di Dio diventa il Sole attorno a cui riorientare la vita. L’orgoglio, il possesso, il bisogno di prevalere perdono il loro dominio. Anche la ferita trova posto, ma smette di occupare tutto il cielo. E tu cominci a intuire una libertà che non conoscevi: puoi essere stato ferito senza dover diventare una ferita per gli altri.
«Ma io, un amore così, dove lo trovo?». Forse il cammino interiore comincia davvero quando smetti di chiederti di bastare a te stesso. La Genesi racconta Dio che plasma l’uomo dalla polvere e gli comunica il respiro della vita: tutta la persona nasce dentro un dono. Prima di ogni tua conquista, eri già voluto. Sei terra amata, chiamata a vivere, creata a sua immagine. E questa dignità rimane anche quando hai smarrito il modo di riconoscerla.
L’amore che Gesù ti chiede puoi imparare a riceverlo. Lascia che Dio entri nella tua stanchezza, nel rancore, nella vergogna; affidagli ciò che sei, perché proprio da lì possa nascere ciò che ancora puoi diventare. «Come te stesso» comprende anche te: avrai bisogno di misericordia per guardarti con verità e trovare la forza di cambiare.
Poi pensa alla persona che incontrerai tra poco. Dietro il suo modo brusco potrebbe esserci una notte insonne; dentro una richiesta ripetuta, la paura di non contare più per nessuno. Non puoi conoscere tutto il suo dolore, ma puoi scegliere come avvicinarti. Puoi ascoltare fino in fondo, chiedere scusa senza aggiungere «però», compiere quel piccolo gesto di cura che nessuno applaudirà e che, per qualcuno, sarà immenso.
Così diventi una pagina vivente di Vangelo. La Parola prende il suono della tua voce e la concretezza delle tue mani. Qualcuno si aspettava di essere giudicato e trova spazio per dire la verità; qualcun altro credeva di disturbare e scopre che sei felice di vederlo. L’amore di Dio, accolto nella tua fragilità, ha trovato una persona da raggiungere.
Questa sera puoi pregare: «Signore, amami fin dove non riesco ancora a lasciarmi amare, e insegnami a portare questo amore a qualcuno». Lui è già vicino. Anche nel tuo giorno peggiore non ha smesso di desiderare il tuo bene, e domani potrai muovere un passo, piccolo e vero, verso una vita diversa.
Forse tutto comincerà tornando in quella stanza, dalla persona che hai ferito. La stessa luce, la stessa tazza sul tavolo. E tu, finalmente, con una parola capace di custodire. L’amore di Dio può attraversare l’infinito e arrivare fino a qualcuno nella tua voce. #Santanotte
Alessandro Ginotta

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