
Alzati: la tua ferita non è il tuo destino
Colpa, paura, vergogna, nostalgia: una barella interiore. Un giaciglio costruito con ciò che non abbiamo saputo perdonarci, con ciò che avremmo voluto fare diversamente, con ciò che ci è stato strappato e che continuiamo a cercare nei giorni che passano
Il mio decisamente (in)solito commento al Vangelo:
Resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini (Matteo 9,1-8)
Qualche volta il miracolo non comincia quando Dio cancella il passato, ma quando tu smetti di inginocchiarti davanti a lui come fosse un idolo crudele. Perché il passato, quando non viene accolto, diventa una stanza senza finestre; ci entri per cercare una spiegazione e finisci per abitarci, ci torni per capire che cosa sia accaduto e finisci per confondere la memoria con una condanna. Ti convinci che tutto sia già stato scritto, che la ferita abbia l’ultima parola, che l’errore sia più forte della grazia, e così continui a respirare, a lavorare, a sorridere persino, mentre dentro una parte di te resta immobile su una barella invisibile
È lì che arriva il Vangelo di oggi. Non in un luogo pulito, ordinato, spiritualmente presentabile, ma nel punto esatto in cui l’uomo non riesce più ad alzarsi.
Spesso, attraverso il mio blog, ricevo e-mail di lettori che cercano una parola, un chiarimento, talvolta una fessura di luce. Nei giorni scorsi me ne sono arrivate un paio piene di dolore e una, lo confesso, mi ha colpito in modo particolare, perché era attraversata da una rabbia profonda, da uno sconforto quasi fisico, da quella stanchezza che non nasce da una giornata difficile, ma da anni portati sulle spalle senza trovare un senso. Chi scriveva aveva vissuto davvero troppo, aveva attraversato guai, perdite, ferite, delusioni, e sembrava rivolgersi alla vita con una domanda bruciante: “Che cosa ho fatto per meritare tutto questo?”.
All’inizio cercavo parole di speranza, poi ho capito che il dolore più grande non era soltanto ciò che era accaduto, ma il modo in cui quel passato continuava a comandare il presente. La vita di quella persona era diventata un lungo sguardo all’indietro, una liturgia di rimpianti, una processione interiore verso ciò che non poteva più essere cambiato. Il presente c’era, ma non veniva abitato. Il futuro esisteva, ma non veniva desiderato. La gioia passava accanto, ma non veniva riconosciuta, perché quando tieni gli occhi fissi sulle macerie non riesci più a vedere il cielo che si apre sopra di te.
E forse questa storia riguarda anche me, riguarda anche te.
Perché ci sono paralisi che nessuno vede. Esistono persone che camminano eppure sono ferme, persone che parlano eppure tacciono da anni, persone che sembrano forti e invece si trascinano dentro un letto di colpa, paura, vergogna, nostalgia. Una barella interiore. Un giaciglio costruito con ciò che non abbiamo saputo perdonarci, con ciò che avremmo voluto fare diversamente, con ciò che ci è stato strappato e che continuiamo a cercare nei giorni che passano.
Poi arriva Gesù, e il suo modo di agire è scandaloso. Gli portano un paralitico disteso su un letto, e Lui non comincia dal corpo, ma dall’anima. Non dice subito: “Cammina”. Dice: “Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati”. Come se volesse dirci che prima di rimetterci in piedi bisogna liberarci da ciò che ci tiene inchiodati dentro, perché si può avere un corpo sano e un’anima accasciata, si può correre ovunque e non andare da nessuna parte, si può sembrare vivi e restare prigionieri di una sentenza pronunciata contro se stessi.
Noi chiediamo a Dio di cambiare le circostanze, Lui comincia dal cuore. Noi vorremmo che cancellasse la pagina, Lui ci insegna a leggerla senza sanguinare ogni volta. Noi gli chiediamo di portarci via la barella, Lui ci dice di prenderla in mano, perché la guarigione vera non consiste nel fingere che il dolore non sia mai esistito, ma nel non permettergli più di portarci dove vuole.
“Alzati, prendi il tuo letto e va’ a casa tua”. Questa frase non è una carezza gentile, è un terremoto. È il comando della risurrezione pronunciato dentro una vita ancora ferita. Gesù non dice: “Alzati e dimentica”. Non dice: “Alzati e cancella tutto”. Dice: prendi il tuo letto. Prendi la tua storia, anche quella più pesante, prendila tra le mani e smetti di lasciartene trascinare. Quello che ti ha portato fin qui, da oggi lo porterai tu. Quello che era il segno della tua sconfitta, da oggi diventerà il segno della tua rinascita.
La barella non sparisce: cambia padrone. Ed è qui che bisogna avere il coraggio di farsi la domanda più scomoda: voglio davvero guarire, oppure mi sono abituato alla mia paralisi? Perché a volte il dolore, quando resta troppo a lungo dentro di noi, diventa un’identità. Ci dà un ruolo, una spiegazione, una corazza. Ci permette di dire: “Sono fatto così perché mi è successo questo”, e intanto ci impedisce di scoprire chi potremmo diventare se smettessimo di inchiodarci a ciò che ci ha ferito.
Qualche volta dobbiamo perdonare noi stessi prima ancora di ripartire. Dobbiamo guardare il nostro passato senza sputargli addosso, senza adorarlo, senza lasciargli il volante della nostra vita. Dobbiamo accettare di essere stati fragili, ingenui, spaventati, imperfetti, e poi lasciarci raggiungere da quella parola che Cristo pronuncia anche oggi, proprio mentre noi pensiamo di non meritarla: figlio.
Non “fallito”. Non “sbagliato”. Non “irrecuperabile”. Figlio. E se Dio ti chiama figlio, chi sei tu per continuare a chiamarti condannato?
La folla, vedendo il paralitico alzarsi, rende gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini, e questo dettaglio è immenso, perché ci ricorda che anche noi possiamo diventare strumenti di risurrezione. Ogni volta che non riduciamo una persona al suo errore, ogni volta che non trasformiamo una ferita in un’etichetta, ogni volta che aiutiamo qualcuno a rimettersi in piedi invece di inchiodarlo al suo passato, il Vangelo accade ancora. Dio continua a dare agli uomini il potere più pericoloso e più santo: quello di restituire vita.
Allora oggi non scappare dalla tua barella. Guardala. Chiamala per nome. Prendila in mano. Portala davanti a Cristo e lascia che Lui ti dica ciò che nessuna ferita potrà mai cancellare: tu non sei il tuo ieri, non sei il tuo errore, non sei la somma delle tue cadute, non sei il dolore che ti ha piegato. Tu sei l’uomo che Dio sta rialzando.
E quando finalmente ti alzerai, anche se tremeranno le gambe, anche se il cuore farà ancora male, anche se qualcuno continuerà a ricordarti il punto in cui sei caduto, cammina. Cammina con la tua barella sulle spalle, non come un peso, ma come un vessillo. Cammina perché la tua ferita non è più una catena, ma una feritoia da cui entra la luce. Cammina perché il passato può spiegare una parte di te, ma non ha il diritto di firmare il tuo destino. Alzati. La vita non è finita nel giorno in cui sei caduto, ma ricomincia nel momento in cui credi alla voce che ti rialza #Santanotte
Alessandro Ginotta

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