
Quando Dio disturba i nostri demoni
Chiudi gli occhi un istante e prova a entrare davvero in questa pagina, senza addomesticarla, senza trasformarla subito in una catechesi ordinata, perché qui non siamo davanti a una scena devota da contemplare con distanza, ma a un urto, a un terremoto spirituale, a uno di quei passaggi in cui Dio non bussa alla porta della nostra vita: la spalanca!
Il mio (in)solito commento a:
«Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?» (Matteo 8,28-34)
Gesù arriva nella regione dei Gadareni e, appena mette piede dall’altra parte del lago, gli vengono incontro due uomini che abitano tra i sepolcri, due vite strappate alla luce, due corpi ancora vivi eppure già consegnati al regno della morte, due presenze ferite, violente, imprendibili, che rendono quella strada impossibile da attraversare. E tu fermati un istante, perché quella strada interrotta non è soltanto un dettaglio del racconto: è il simbolo di tutte le strade che il male blocca dentro di noi, di tutti i passaggi che non riusciamo più a fare, di tutte le relazioni che abbiamo smesso di attraversare perché qualcosa, dentro, urla troppo forte.
Ci sono sepolcri che nessuno vede, eppure ci abitiamo dentro per anni. Ci sono tombe interiori dove depositiamo ferite, fallimenti, umiliazioni, sensi di colpa, e poi, lentamente, quasi senza accorgercene, iniziamo a chiamarle casa. Ti sei mai chiesto quante volte hai difeso la tua prigione solo perché ormai conoscevi bene le sue pareti? Quante volte hai detto “sono fatto così”, mentre Dio ti stava sussurrando: “No, tu sei molto di più”?
Poi arriva quella domanda feroce, quasi scandalosa: «Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?». È il grido del buio quando sente avvicinarsi l’alba. È il panico del male quando capisce che la sua occupazione abusiva sta per finire. Perché il male chiama tormento ciò che per noi è guarigione. Il male chiama minaccia ciò che per noi è salvezza. Il male chiama perdita ciò che per noi è rinascita.
E allora lasciati raggiungere da questa domanda, senza scappare: Quale angolo della tua vita preferisce restare al buio perché la luce obbligherebbe a cambiare? Quale paura hai travestito da prudenza, quale rassegnazione hai chiamato maturità, quale indifferenza hai scambiato per equilibrio?
Gesù non tratta con il male, non gli concede una stanza in affitto nel cuore dell’uomo, non gli permette di restare educatamente ai margini della nostra anima. Gesù lo guarda, lo affronta, lo costringe a uscire. E infatti, in questa pagina, tutto esce, tutto si muove, tutto viene stanato: gli indemoniati escono dai sepolcri, i demoni escono dagli uomini, i mandriani fuggono, la città intera esce incontro a Gesù. È un Vangelo in movimento, un Vangelo che non lascia nessuno fermo, perché quando Cristo attraversa una vita, qualcosa deve alzarsi, qualcosa deve cadere, qualcosa deve finalmente venire alla luce.
E qui arriva il colpo più duro, quello che quasi fa male leggere. La città vede il miracolo, intuisce che due uomini sono stati restituiti alla vita, comprende che una forza più grande del caos è passata tra le sue strade, eppure non si inginocchia, non ringrazia, non festeggia la liberazione. Chiede a Gesù di andarsene.
È terribile, ma è tremendamente umano. Perché a volte anche noi preferiamo un dolore conosciuto a una guarigione che ci destabilizza. Preferiamo salvare le nostre sicurezze, i nostri piccoli interessi, piuttosto che vedere un fratello tornare uomo.
E allora il Vangelo ci mette davanti allo specchio con una domanda che brucia: vogliamo davvero essere salvati, oppure vogliamo soltanto essere disturbati il meno possibile? Vogliamo davvero che Cristo liberi la nostra vita, oppure lo invochiamo solo finché benedice ciò che abbiamo già deciso di non cambiare?
Eppure questa è la notizia immensa: Cristo non ha paura dei tuoi sepolcri. Non si ferma davanti alle tue zone più ferite. Lui viene proprio lì, dove tu pensavi fosse finita, dove avevi messo una pietra sopra, dove avevi scritto in silenzio la parola “mai più”. Dio entra nei luoghi che noi abbiamo dichiarato irrecuperabili, e li chiama ancora vita.
Oggi questa pagina ci chiede di lasciarci liberare, ma anche di diventare presenza che libera; ci chiede di smettere di passare accanto ai sepolcri degli altri con il passo affrettato, il volto distratto e il cuore ben protetto; ci chiede di accorgerci di chi soffre senza spettacolo, di chi grida senza rumore, di chi vive ai margini mentre noi continuiamo a chiamare normalità la nostra anestesia. Perché il contrario dell’amore non è sempre l’odio. A volte è l’abitudine a non vedere.
Allora, oggi, lasciati inquietare dal Vangelo. Lasciati disturbare dalla luce. Lasciati raggiungere da quel Cristo che non viene a toglierti qualcosa, ma a restituirti te stesso, non viene a condannare le tue ferite, ma a impedire che diventino il tuo destino #Santanotte
Alessandro Ginotta


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