
Il Dio che attraversa le porte chiuse
Ora, chissà… potrebbero arrivare da un momento all’altro. Sì, proprio loro. I soldati. Quelli che hanno preso il Maestro, quelli che lo hanno trascinato via, quelli che hanno creduto di spegnere il sole inchiodandolo a una croce. Abbiamo chiuso la porta, messo il chiavistello, trattenuto il respiro, eppure il cuore, quello no, non lo puoi sprangare. Il cuore batte, scalpita, trema, perché la paura sa sempre trovare una fessura da cui entrare.
Il mio in(solito) commento a: «Mio Signore e mio Dio!» (Giovanni 20,24-29)
Siamo lì, stretti gli uni agli altri, ma terribilmente soli. Nello stesso luogo in cui, pochi giorni prima, Lui aveva spezzato il pane, lavato i piedi, parlato d’amore mentre già l’ombra del tradimento si allungava sulla tavola. Noi avevamo ascoltato, certo, ma forse avevamo capito poco, o forse avevamo avuto paura di capire davvero, perché certe parole di Gesù non si lasciano archiviare nella memoria: ti entrano nella carne e ti chiedono di cambiare vita.
Poi è arrivata la croce. Il buio. Il silenzio del sepolcro. Le lacrime delle donne. La pietra rotolata. I teli piegati. Le voci incredibili di chi diceva di averlo visto vivo. E noi? Noi chiusi dentro. Con la testa piena di domande e il cuore pieno di una speranza così fragile che avevamo paura perfino di chiamarla per nome.
Perché diciamocelo: credere non è facile quando la vita ti ha appena ferito. Fidarsi è una battaglia quando hai visto morire ciò che amavi. Aprire il cuore diventa quasi un atto eroico.
Tommaso non è l’incredulo da giudicare dall’alto della nostra devozione ben stirata. Tommaso siamo noi. Siamo noi quando le parole degli altri non bastano, quando vorremmo una fede più forte delle nostre notti, quando diciamo: Signore, io ci provo, ma tu fammi vedere almeno dove sei. Non voglio una teoria. Non voglio una consolazione educata. Voglio Te. E Gesù arriva.
Non sfonda la porta. Entra. Sta in mezzo. Porta pace. E poi compie un gesto che disarma ogni immagine comoda di Dio: mostra le ferite. Il Risorto non cancella i segni della croce, non si presenta invincibile secondo la logica dei potenti, ma si presenta piagato. Glorioso, ma attraversato dal dolore.
Noi cerchiamo un Dio che ci tolga ogni ferita, e Lui ci mostra che perfino una ferita può diventare una porta. Tommaso può toccare. Gesù glielo permette. Eppure il Vangelo non dice che lo faccia davvero. Forse, davanti a quelle mani trafitte, gli basta vedere. Forse capisce in un istante che la fede non nasce quando tutto diventa chiaro, ma quando incontri Qualcuno che resta con te anche dentro la stanza più buia. E allora dal suo cuore esplode la professione più nuda e più potente: «Mio Signore e mio Dio!».
Mio. Non un Dio raccontato da altri. Il Dio che mi raggiunge quando mi chiudo. Il Dio che non si scandalizza delle mie domande. Il Dio che attraversa i muri che ho costruito per proteggermi e che, senza accorgermene, sono diventati la mia prigione.
E adesso la domanda arriva fino a me, fino a te, senza bussare troppo piano: quali porte hai chiuso? Quale ferita stai nascondendo anche a Dio? Quale stanza della tua vita hai trasformato in sepolcro, convincendoti che fosse prudenza, dignità, sopravvivenza?
Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto. Beati quelli che portano domande, ma non smettono di cercare. Beati quelli che scoprono che la fede non è assenza di dubbio, ma una ferita che finalmente lascia passare la luce. Perché la Risurrezione comincia così: quando capisci che nessuna porta chiusa può fermare Dio.
Proprio lì, dove pensavamo fosse finita, Dio ha aperto un varco: quando Dio entra, la paura arretra. Quando Dio parla, il buio perde autorità. Quando Dio mostra le piaghe, anche le nostre ferite smettono di essere una condanna e diventano il luogo dell’incontro.
La fede nasce lì: davanti a un Dio ferito che ti guarda e ti dice, senza rumore, senza violenza, senza paura: apri #Santanotte
Alessandro Ginotta

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