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Una tua parola e il cielo fa festa

Una tua parola e il cielo fa festa

Ti è mai capitato? Penso proprio di sì. La sua risata la riconosci dall’altra stanza e stai già sorridendo quando ti torna in mente l’ultima volta che avete riso insieme. Aveva fatto una battuta su di te, proprio su quella cosa che le avevi raccontato in confidenza. Avevano riso tutti. Anche tu, perché in quel momento ti era sembrato più facile ridere che dire davanti a tutti «Guarda che mi hai fatto male». Adesso entri, vedi che accanto a lei c’è una sedia libera e vai a sederti altrove. Qualcuno ti parla e tu rispondi, ma con un orecchio sei ancora di là, in attesa che quella voce pronunci il tuo nome. Ti sei perfino preparato una risposta nel caso ti chiedesse se ce l’hai con lei. E poi basterebbe che ti dicesse, come faceva una volta, «Vieni qui, ti ho tenuto il posto», e di quel discorso così ben preparato forse ti resterebbero appena due parole. Quelle vere. Mi manchi.

Il mio (in)solito commento a
«Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte» (Luca 15,1-10)

Chissà da quanto tempo anche Dio aspetta di sentirsi dire quelle due parole. Magari ti è capitato di cominciare una preghiera, la sera, e di fermarti subito perché l’ultima volta che lo avevi cercato eri nei guai, gli avevi promesso che ti saresti ricordato di Lui anche dopo, e invece erano passati mesi. Adesso che hai di nuovo bisogno, quasi ti vergogni. Che cosa penserà di te? Apri il Vangelo e guarda dove siede Gesù. Intorno a Lui ci sono peccatori venuti ad ascoltarlo. Lui mangia con loro. E mentre a te sembra di dover spiegare mesi di silenzio prima di poterti sedere a quella tavola, a qualcuno dà fastidio perfino che ci sia un posto per te.

Quel qualcuno, certe volte, sono io. Per me vorrei un Dio che sapesse tutto, perfino quanto ero stanco il giorno in cui ho risposto con troppa sufficienza a una persona che mi voleva bene. Poi basta che qualcuno pronunci la frase che mi ha ferito e, di colpo, di lui mi sembra di sapere abbastanza. Quanto futuro tolgo a una persona quando credo di conoscerla a memoria? Gesù, che sente mormorare gli scribi e i farisei, racconta di una donna che ha perduto una moneta. Ne ha altre nove, eppure accende la lampada, prende la scopa e cerca finché la ritrova. Mi piace immaginarla in ginocchio, con una guancia quasi contro il pavimento, mentre abbassa il lume per vedere fin dove in piedi le era impossibile guardare. Forse per tutta la vita ti sei domandato come faccia Dio, con tanta gente al mondo, ad accorgersi che manchi proprio tu. Guarda fin dove arriva quella luce. Per Dio, tutto il resto non sostituisce te.

E poi c’è il pastore. Fermati al momento in cui si china sulla pecora e se la mette sulle spalle, perché forse conosci anche tu l’imbarazzo di lasciarti portare. Ti è mai capitato, quando qualcuno è venuto a prenderti perché da solo non ce la facevi, di domandargli per prima cosa «Ti ho fatto fare tutta questa strada?» E magari, per tutto il viaggio, hai continuato a scusarti, mentre a lui bastava voltarsi e vederti lì, sul sedile accanto, finalmente al sicuro. Ecco che cosa mi commuove di Gesù. Conosce la strada che gli sei costato e, quando arriva a quel punto del racconto, gli preme farti sapere quanto è felice il pastore. Tu pensi al peso che sei. Gesù racconta la gioia di portarti.

Forse è qui che comincia la conversione, quando ti fidi abbastanza di quella gioia da poter guardare anche la parte che ti costa ammettere. Stavolta la battuta l’hai fatta tu. Ricordi benissimo che tutti hanno riso e ricordi anche quell’unica persona che, mentre rideva, ha abbassato gli occhi. Oggi puoi andarle vicino e dirle «Quella cosa me l’avevi confidata. Ho fatto male a raccontarla. Mi dispiace». Sentirai il bisogno di aggiungere che stavi scherzando. Puoi fermarti un attimo prima, lasciare che sia lei a parlare. E se invece sei tu quello che da un mese aspetta delle scuse, forse la prossima volta che sentirai quella risata dall’altra stanza riuscirai a fare un passo verso la sedia che desideravi occupare. Puoi sederti e dire entrambe le cose. «Mi hai fatto male». E, quando te la senti, «Mi sei mancata».

Anche a Dio, stasera, puoi dire entrambe le cose. «Signore, mi sei mancato. E ho avuto paura di tornare». Poi resta con Lui un momento, perfino se ti si rompe la voce, perfino se domani avrai ancora qualcosa da rimettere a posto. Gesù ti ha raccontato come va a finire quella sera a casa del pastore. Arrivano gli amici, si chiamano i vicini, la gioia di uno diventa la gioia di tutti. E Gesù solleva il tuo sguardo ancora un poco, da quella piccola casa fino al cielo, perché tu possa finalmente vedere che cosa accade lassù quando quaggiù, dopo tanto tempo, ricominci a pregare. Tu sei ancora alla prima parola. E il cielo sta già facendo festa per te. #Santanotte

Alessandro Ginotta

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