
Tu ti vergogni di te. Dio ti chiama.
Ci sono errori che abbiamo smesso di commettere, ma con cui continuiamo a chiamarci. Basta che qualcuno si fidi di noi perché riaffiori quel pensiero: «Se sapesse tutto…». E mentre sorridiamo, dentro arretriamo di un passo, convinti che per essere amati occorra lasciare fuori qualcosa di noi. Quella menzogna. Il bene negato per convenienza. Una persona ferita mentre cercavamo di salvare noi stessi. Così impariamo a farci conoscere fino a un certo punto, e qualche volta trattiamo allo stesso modo perfino Dio: gli presentiamo la parte migliore, tenendo nascosta proprio quella che ha più bisogno di Lui.
Il mio (in)solito commento a:
«I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (Luca 16,1-8)
Gesù oggi ci mette davanti un uomo che preferiremmo lasciare fuori dal Vangelo: un amministratore disonesto, che ha sperperato i beni del padrone e adesso rischia di perdere tutto. Eppure, mentre il suo futuro si restringe, quell’uomo si ingegna, chiama i debitori, riduce quanto devono, cerca qualcuno che domani lo accolga. Il padrone ne loda la scaltrezza. La disonestà resta disonestà, ma quella prontezza ci inchioda: possibile che per difendere i nostri interessi troviamo sempre un modo, e per amare troviamo così spesso una scusa?
Quanta inventiva mettiamo nel giustificarci, quanta attenzione nel proteggere l’immagine che gli altri hanno di noi. Poi incontriamo una solitudine, avvertiamo una richiesta sotto un «non preoccuparti», sentiamo che dovremmo fare qualcosa, e diventiamo prudenti, ragionevoli, pieni di impegni. Prova a immaginare che cosa accadrebbe se tutta quell’intelligenza si mettesse al servizio dell’amore. Se alla paura di perdere qualcosa rispondessimo con il desiderio che qualcuno, grazie a noi, si sentisse meno perduto.
Forse però dentro ti si è già alzata un’obiezione: «Con quello che ho fatto, proprio io?». Sì, proprio tu. Fermati qui, perché il Vangelo ha qualcosa da dire alla parte di te che hai già condannato.
Pensa a San Disma, il “buon ladrone”: inchiodato accanto a Gesù, con una vita che ormai non poteva rifare, trova ancora il coraggio di affidarsi a Lui. E Gesù gli apre il Paradiso. Pensa a Matteo, raggiunto dalla chiamata mentre siede al banco delle imposte: Cristo vede un discepolo dove gli altri vedono un pubblicano. Pensa a Paolo, che perseguita i cristiani e sulla via di Damasco viene raggiunto proprio da Colui che combatte. L’uomo che voleva soffocare quella fede spenderà la vita per annunciarla. Dio conosce ciò che hai fatto. E vede ancora ciò che il suo amore può far nascere in te.
Questo amore arriva fino al punto che cerchi di nascondere. Ti raggiunge mentre prepari l’ennesima giustificazione e ti dà il coraggio di pronunciare finalmente la verità. Perché sentirsi amati così, senza poter più fingere, può far tremare: significa scoprire che puoi riconoscere il male senza consegnargli tutta la tua identità. Puoi chiedere perdono, restituire, riparare ciò che è possibile, accettare la fatica delle conseguenze. La vergogna ti aveva tolto la voce; l’amore può insegnarti a dire: «Ho sbagliato», senza aggiungere: «Sono finito».
C’è ancora, nell’intimo di te, quella fiammella che Dio custodisce anche quando tu riesci a vedere soltanto cenere. Lascia che il suo amore la raggiunga. E dalle spazio con un gesto vero: una scusa senza attenuanti, un aiuto preciso, quel bene che continui a rimandare in attesa di sentirti migliore. Dio ti ama già, mentre leggi e qualcosa dentro resiste, mentre vorresti crederci e temi che per te sia troppo tardi. Puoi affidargli anche questa resistenza. Puoi ricominciare da qui, conosciuto interamente e ancora amato.
Proprio dove ti vergogni di essere stato, lascia entrare Dio: potrebbe cominciare lì l’amore più vero che darai. #Santanotte
Alessandro Ginotta

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