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Tu senti la fatica del solco. Dio vede già il grano

Tu senti la fatica del solco. Dio vede già il grano

Hai spento il motore, ma la giornata continua a girarti dentro. Rimani qualche minuto in macchina, sotto casa, con le chiavi tra le dita, cercando un ultimo avanzo di pazienza da portare a tavola. Dietro quelle finestre illuminate qualcuno ti aspetta, mentre tu, per una volta, vorresti essere abbracciato prima ancora che ti venga chiesto qualcosa. Ti dici che domani ascolterai con più calma, farai quella telefonata, troverai un momento anche per te. E lo pensi sinceramente, con il cuore di chi vuole bene e qualche sera fatica perfino a dimostrarlo.

Il mio (in)solito commento al Vangelo: «Ti seguirò ovunque tu vada» (Luca 9,57-62).

Mi piace immaginare Gesù accanto a quella portiera, proprio nei minuti che nessuno vede. Sa quanto hai dato, conosce le parole che hai ingoiato per non ferire e quelle che ti sono sfuggite perché eri troppo stanco. Quando ti dice «Seguimi», la sua voce raggiunge tutto questo. Dio conosce il peso del tuo passo e continua a credere nella strada che potete fare insieme.

Un uomo, nel Vangelo, gli promette: «Ti seguirò ovunque tu vada». C’è qualcosa di bellissimo in questo slancio, qualcosa che forse riconosci: anche tu, dopo una preghiera, un abbraccio inatteso, un perdono ricevuto, hai sentito che avresti potuto cambiare vita. Per qualche istante il futuro aveva una porta spalancata. Gesù gli risponde parlando di volpi che hanno tane e di uccelli che hanno nidi, mentre Lui non ha dove posare il capo. Dentro quella frase c’è la precarietà di chi si consegna interamente all’amore, accettando di camminare senza avere tutto al sicuro. Seguirlo significa fidarsi anche quando la strada non offre le garanzie che vorremmo.

Ma fermati un momento su quel capo che cerca un appoggio. Il Figlio di Dio conosce la stanchezza, il desiderio di una porta aperta, il sollievo di essere accolto. Viene voglia di dirgli: «Qui puoi fermarti, Signore. C’è posto». E mentre gli fai spazio, forse ti accorgi di tuo figlio, che ha cominciato un discorso e si è interrotto perché ti ha visto guardare il telefono; oppure di quella persona che sul pianerottolo allunga sempre il saluto, perché tornare nel silenzio di casa le costa. Quell’«ovunque» comincia così a prendere un indirizzo, un volto, una voce. A volte il primo passo verso Dio è una sedia avvicinata a qualcuno.

Poi, tra Gesù e chi vorrebbe seguirlo, si mette una parola piccolissima: «prima». Prima seppellire mio padre, prima salutare quelli di casa. Sono affetti profondi, e le risposte di Gesù ci scuotono proprio perché chiedono di riconoscere alla chiamata di Dio una precedenza che attraversa tutta la vita.

Anche noi abbiamo i nostri «prima», sebbene spesso assai più ordinari: quando sarò meno stanco, quando avrò risolto quel problema, quando mi sentirò pronto. Intanto conserviamo parole buone che nessuno riceve, rimandiamo gesti che potrebbero scaldare una giornata, lasciamo che la paura scelga al posto nostro.

Eppure l’amore può cominciare mentre qualcosa è ancora irrisolto. Puoi chiedere scusa con la voce che trema, cercare aiuto senza sapere da dove partire, dedicare dieci minuti veri a chi aspetta da giorni la tua attenzione. La vita non deve essere tutta in ordine perché Dio possa abitarla.

La frase più difficile arriva subito dopo: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Se hai accompagnato qualcuno al cimitero e poi sei tornato in una casa improvvisamente troppo grande, queste parole possono ferire. Meritano il nostro silenzio prima delle nostre spiegazioni.

Ricordiamo allora Gesù davanti alla tomba di Lazzaro: piange. Il dolore di chi ama trova posto nel volto di Dio. Quella richiesta così radicale porta l’urgenza del Regno, di una vita che chiama e domanda risposta; accostarla alle lacrime di Gesù ci aiuta a non scambiarla per indifferenza.

E dentro quel «tu invece va’» possiamo ascoltare anche la fiducia di chi vede ancora una missione per noi, persino quando ci sembra di essere rimasti soltanto con ciò che abbiamo perduto.

Forse un giorno ti sorprenderai a ridere e sentirai una fitta, quasi la gioia fosse una disattenzione verso chi ti manca. Abbi tenerezza per quella fitta, e lascia che il sorriso rimanga. L’amore che hai vissuto può accompagnarti anche a una tavola dove si ride, dentro un progetto nuovo, nel desiderio di sentirti ancora parte del mondo.

Puoi portare con te chi ami senza fermarti nel giorno in cui l’hai perduto.

Infine Gesù ci mette tra le mani un aratro. Senti la ruvidità del legno, la resistenza della terra: per aprire un solco occorre forza, ma occorre anche scegliere dove guardare. Ci sono giorni in cui tentiamo di costruire il futuro tenendo gli occhi fissi sul punto in cui qualcuno ci ha feriti. Ripassiamo una frase, un’ingiustizia, un errore, e finiamo per chiedere a quel frammento di passato di dirci chi siamo e quanto valiamo ancora.

Gesù ci invita ad alzare lo sguardo. Davanti c’è terra che le nostre ferite non conoscono, ci sono incontri che non possiamo prevedere, c’è un bene che aspetta proprio le nostre mani. Possiamo imparare una gentilezza che nessuno ci ha insegnato, accogliere un affetto senza sentirci in debito, lasciare che il perdono apra uno spazio dove da tempo respirava soltanto il rimpianto.

Dio ti affida ancora dei semi: crede al raccolto che può nascere dalla tua vita.

Quando aprirai quella portiera, forse avrai la stessa stanchezza. Porta con te anche questa preghiera: «Gesù, entra con me. Aiutami ad amare con le forze che ho, e a ricevere l’amore di cui ho bisogno». Poi varca la soglia, guarda negli occhi chi ti viene incontro. Puoi cominciare da lì, da un ascolto, da una carezza, perfino dal coraggio di dire: «Oggi è stata dura, mi abbracci?». Anche lasciarsi voler bene può essere un modo di affidarsi.

Il tuo «Ti seguirò» prende vita così, dentro una sera qualunque, mentre consegni a Dio quel poco che hai e scopri che nelle sue mani può diventare un inizio. Tu senti la fatica del solco. Dio vede già il grano #Santanotte

Alessandro Ginotta

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