• La Buona Parola - il blog di Alessandro Ginotta
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A pochi centimetri da un abbraccio, comincia il cielo

A pochi centimetri da un abbraccio, comincia il cielo

A volte ci feriamo a pochi centimetri dall’abbraccio che ci avrebbe salvato la giornata. Ci sono sere in cui la cosa più pesante che porti a casa non è la borsa: è quel grido rimasto tutto il giorno senza voce, quel bisogno di sentirti dire «adesso lascia, ci sono io». Hai la mano sulla maniglia e ti fermi un istante, perché speri che qualcuno sappia leggere la tua stanchezza senza costringerti a tradurla. Dall’altra parte, però, un’altra persona aspetta di essere capita e, quando finalmente vi incontrate, può accadere che siano le vostre ferite a parlare per prime.

Il mio (in)solito commento a:
La vostra pace scenderà su di lui (Luca 10,1-12)

Gesù arriva proprio lì, su quella soglia dove l’amore c’è, ma fatica a trovare le parole. Manda settantadue discepoli nei luoghi dove sta per recarsi e consegna loro un saluto da pronunciare prima di ogni discorso: «Pace a questa casa!». Prima di conoscere chi abita dentro, prima di sapere quali errori abbia commesso o quanta fede gli sia rimasta dopo le tempeste attraversate. La pace entra per prima, posa le armi, lascia spazio al respiro. Sembra dire: puoi aprire, qui c’è qualcuno che desidera il tuo bene. Per Gesù, anche una porta scrostata può diventare l’ingresso del cielo.

Pensa a come cambierebbero certi ritorni a casa, se portassimo negli occhi questa promessa. Un figlio potrebbe trovare il coraggio di raccontarci ciò che gli pesa, sapendo che lasceremo finire la sua confidenza prima di cominciare la nostra lezione; chi ci vive accanto potrebbe deporre sul tavolo quella preoccupazione che nasconde da giorni, se tra le bollette e i piatti da sistemare trovassimo posto anche per la sua fragilità.

Ci sono persone che sembrano distanti e stanno soltanto aspettando un luogo sicuro in cui crollare. Ci sono cuori che tornano a battere più liberi quando qualcuno li ascolta senza avere fretta di aggiustarli. «La vostra pace scenderà su di lui», promette Gesù. La vostra. Fa quasi tremare questa fiducia, perché quella pace viene affidata a persone che conoscono l’impazienza, a discepoli capaci di discutere, a uomini e donne come noi, che desiderano amare e talvolta sbagliano perfino il tono con cui chiedono una carezza. Dio affida la pace anche a mani che tremano. Sa che possono ancora accarezzare.

Forse oggi ti senti troppo stanco, hai pensieri che fanno rumore e qualche dolore al quale non sai dare un nome. Eppure puoi cominciare da qui, dalla vita che hai: appoggiare il telefono mentre qualcuno ti parla, lasciare che una risposta dura si spenga prima di uscire, tornare sui tuoi passi e dire: «Prima ti ho ferito. Mi dispiace. Vorrei ascoltarti davvero». In quel ritorno c’è già qualcosa che risorge. Perché una relazione riprende fiato quando qualcuno trova il coraggio di deporre l’orgoglio e restare, finalmente, a mani aperte.

Gesù manda i suoi «come agnelli in mezzo a lupi» e conosce il prezzo della mitezza, soprattutto quando hai dato fiducia e ne sei uscito ferito. Forse anche tu, dopo una delusione, hai giurato che nessuno si sarebbe più avvicinato abbastanza da farti male, e hai cominciato a costruire un muro, mattone dopo mattone, finché ti sei accorto che al riparo si respirava poco. Gesù ti raggiunge anche lì, per aiutarti a proteggere il cuore senza murarlo vivo. Puoi dire basta a ciò che ti ferisce, mettere una distanza necessaria, custodire la tua dignità e conservare la capacità di voler bene. Chi ti ha ferito non deve avere anche il potere di decidere quanto amore resterà in te.

I discepoli camminano davanti a Gesù: sono loro a bussare per primi, a incontrare i volti, a preparare l’accoglienza. Pensa alla fiducia che c’è in questo gesto. Il Signore lascia che qualcuno incontri la tua umanità prima ancora di riconoscere la sua presenza. Forse accadrà con quel collega che tutti evitano, con una persona anziana che ripete un racconto perché desidera trattenerti ancora un poco, con chi risponde sempre «va tutto bene» e, se ti fermassi, avrebbe finalmente il tempo di dirti la verità.

Tu penserai di aver regalato cinque minuti; qualcuno, in quei cinque minuti, avrà smesso di sentirsi un peso. E le parole «È vicino a voi il regno di Dio» avranno il calore di una sedia avvicinata, di un nome pronunciato con affetto, di una mano che rimane. A volte una persona ricomincia a sperare perché qualcuno le fa sentire che la sua vita merita tempo.

E se la porta rimane chiusa? Se hai cercato un incontro e ti è tornato addosso un silenzio che brucia? Gesù promette che la pace tornerà a te. Puoi rispettare quella distanza senza trasformarla in una condanna contro te stesso: il bene offerto conserva il suo valore anche quando qualcuno non riesce ad accoglierlo. Scuoti la polvere dai piedi, ti chiede il Signore. Ti aspetta altra strada. Il rifiuto può essere un tratto del tuo cammino; non lasciare che diventi il luogo in cui abiti.

E lungo quella strada c’è posto anche per la tua stanchezza. Gesù manda i discepoli a due a due, perché chi consola possa a sua volta appoggiarsi a una spalla, e chi porta pace abbia qualcuno a cui confessare: «Oggi dentro di me c’è una guerra». Anche tu puoi chiedere aiuto, lasciarti raggiungere, ricevere quella tenerezza che cerchi di donare.

Stasera, mentre cerchi le chiavi, lascia affiorare una preghiera semplice: «Gesù, entra con me. Tu sai quanto desidero essere amato e quanto, a volte, faccio fatica ad amare. Aiutaci a ritrovarci».

Con Dio, persino la soglia su cui ti sei fermato per piangere può diventare il punto da cui il cielo entra in casa #Santanotte

Alessandro Ginotta

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