
Quando non ce la fai più, il cielo apre le ali
Sei ancora in cucina, tutti dormono e tu cerchi di capire come tenere insieme una famiglia, una preoccupazione che cresce e quella stanchezza che nascondi per non spaventare nessuno: vorresti soltanto che qualcuno, per una volta, si prendesse cura anche di te. È proprio dentro questa notte che il Vangelo spalanca il cielo.
Il mio (in)solito commento al Vangelo:
«Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo» (Giovanni 1,47-51).
Prova a immaginare un Arcangelo attraverso le immagini con cui l’arte cristiana ha cercato di raccontarlo. Il piumaggio delle ali sembra raccogliere la prima luce del mondo: penne immense, percorse da riflessi d’oro, che si schiudono come un’alba sopra la terra. Nella sua figura c’è la possenza di una montagna; nel suo movimento, la rapidità del lampo. Tutto in lui è attenzione, prontezza, fedeltà. Appartiene a Dio così interamente che ogni sua forza diventa servizio, ogni slancio obbedienza, ogni splendore luce ricevuta e donata.
E pensa quale tenerezza: una creatura così potente può essere mandata a custodire qualcuno che, questa sera, riesce appena a trattenere le lacrime. Anche la tua fragilità merita l’attenzione del cielo.
Le ali, il fuoco, lo splendore sono il linguaggio con cui proviamo ad avvicinarci al mistero di questi esseri spirituali. Ci aiutano a intuire una forza che supera la nostra immaginazione e che si mette al servizio dell’amore di Dio. Nella Bibbia basta l’arrivo di un angelo perché una prigione si riempia di luce e le catene cadano dalle mani di Pietro. In pochi istanti, una notte che sembrava senza uscita trova una porta.
Forse è proprio questo che fatichiamo a credere quando siamo stanchi: che possa esserci ancora un’apertura dove abbiamo visto soltanto muri. Anche Natanaele ha una porta chiusa dentro di sé: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?». Conosciamo quella domanda. La pronunciamo in altri modi quando pensiamo che una persona non cambierà mai, che una ferita ci accompagnerà per sempre, che ormai sia troppo tardi per desiderare qualcosa di bello. Gesù lo incontra proprio lì e gli dice di averlo visto sotto il fico. Prima dell’incontro, prima delle spiegazioni, prima della professione di fede, c’è quello sguardo.
Tu sai quanto possa cambiare una giornata quando qualcuno si accorge che stai facendo fatica. Immagina allora che cosa significhi scoprire che Dio ti vede anche quando tutti pensano che tu sia forte, quando continui a rispondere «va bene» e intanto avresti bisogno di appoggiarti. La parte di te che nessuno vede è già raggiunta dallo sguardo di Dio. Poi arriva la promessa: «Vedrete il cielo aperto».
Fermati su queste parole. Aperto. Sopra la casa in cui manca una voce, sopra la stanza dove aspetti una risposta, sopra il tavolo della cucina sul quale hai appoggiato la testa fra le mani. In Cristo, la tua vita ha accesso a Dio. Gli angeli salgono e scendono sopra il Figlio dell’uomo: al centro di questo movimento d’amore c’è Gesù, che tiene uniti il cielo e la terra. È dentro questa promessa che incontriamo Michele, Gabriele e Raffaele.
Michele porta nel nome una domanda che ridimensiona ogni potere: «Chi è come Dio?». Quando la paura ingigantisce tutto e ti fa sentire piccolo, invocalo. Chiedigli di sostenerti nella lotta contro il male, di aiutarti a custodire la verità, a difendere chi è fragile, a compiere il bene anche quando costa. La sua forza ci ricorda che possiamo resistere: nessuna oscurità ha il diritto di proclamarsi eterna.
Gabriele, la forza di Dio, entra nella vita di Maria con un annuncio che spalanca la storia. È impressionante pensare che un messaggio affidato a una giovane donna, nell’intimità di una casa, possa portare una novità tanto grande. Invocalo quando una notizia ti sconvolge o una chiamata ti sembra superiore alle tue capacità; chiedigli di aiutarti ad ascoltare Dio senza lasciare che la paura risponda al posto tuo.
Raffaele, Dio guarisce, si fa compagno di viaggio. Nel libro di Tobia cammina accanto a un giovane che ancora non conosce la sua identità. C’è una consolazione profonda in questa presenza: possiamo essere accompagnati anche prima di accorgercene. Invocalo per le tue ferite, per le persone che ami, per il tratto di strada che ti spaventa. Chiedigli la pazienza di accogliere le cure, di cercare aiuto, di concederti il tempo di guarire.
Tre nomi da portare nelle tue giornate. Puoi pronunciarli mentre vai al lavoro, prima di una conversazione difficile, accanto al letto di chi soffre. E se questa sera le parole ti mancano, puoi pregare così: «Michele, aiutami a restare saldo nel bene. Gabriele, aiutami ad ascoltare ciò che Dio vuole far nascere nella mia vita. Raffaele, accompagnami dove ho paura di andare. Angelo mio custode, veglia sul mio cammino e aiutami a riconoscere il Signore che mi viene incontro».
Poi torna alla tua vita, portando con te questa preghiera. Cerca quella persona, accetta quella mano, concediti un momento di riposo. C’è ancora del bene che puoi ricevere e del bene che soltanto tu, con la tua storia e la tua sensibilità, puoi donare. Domani ci saranno cose da affrontare, ma questa sera puoi smettere, almeno per un momento, di sostenerle tutte da solo. Affidale a Dio. Lascia che la promessa di Gesù raggiunga proprio il punto in cui ti senti più stanco. Puoi chiudere gli occhi, stanotte: il cielo rimane aperto #Santanotte
Alessandro Ginotta

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