
Ti tengo un posto nel mio domani
Hai già salutato, quando dall’altra parte del telefono qualcuno aggiunge: «Aspetta, volevo dirti una cosa». La cena è sul fuoco, la giornata ti pesa sulle spalle e vorresti soltanto sederti, ma c’è un’esitazione in quella voce che ti trattiene, come una mano che afferra piano la manica prima di lasciarti andare. Allora abbassi la fiamma, appoggi la borsa e rispondi: «Dimmi, sono qui».
Il mio (in)solito commento al Vangelo
Chi è il mio prossimo? (Luca 10,25-37)
Forse non saprai mai quanto sia contato quel minuto, ma qualcuno, che stava per tenersi tutto dentro un’altra volta, ha trovato il coraggio di consegnarti un pezzetto del proprio dolore. Ci sono persone che ricominciano a respirare quando sentono che qualcuno ha tempo per loro.
La strada da Gerusalemme a Gerico passa anche dalla tua cucina, attraversa il pianerottolo dove una vicina cerca ogni pretesto per scambiare due parole e arriva fino alla camera di tuo figlio, dove entri per chiedergli se ha finito i compiti e, finalmente, ti siedi per domandargli come sta. Su quella strada Gesù ci mostra un uomo derubato, percosso e abbandonato mezzo morto. Non ci racconta quale vita abbia vissuto né come sia finito nelle mani dei briganti: ci porta abbastanza vicino perché possiamo accorgerci che respira ancora. Prima di sapere chi è, possiamo fare qualcosa perché ci sia un domani in cui raccontarcelo.
Un sacerdote e un levita lo vedono, ma passano dall’altra parte, e in quella deviazione riconosciamo qualcosa di noi: la fretta, la paura di non essere capaci, la stanchezza di chi pensa che un altro dolore, proprio oggi, non riuscirebbe a sostenerlo. Quante volte abbiamo rimandato una telefonata aspettando di avere più tempo, senza immaginare quanto lunga potesse essere, per qualcuno, quell’attesa. Gesù conosce la nostra fatica e, dentro questa scena che ci mette a nudo, apre una possibilità: arriva un samaritano e si ferma. È uno straniero, un uomo da cui chi ascoltava la parabola avrebbe faticato ad aspettarsi del bene; eppure è lui ad avvicinarsi, a versare olio e vino sulle ferite, a sollevare quel corpo sulla propria cavalcatura. Da quel momento il suo viaggio cambia, perché dovrà rallentare quando l’altro sentirà dolore e cercare un riparo dove possa riposare. La compassione è quando il tuo passo impara il ritmo di chi fa fatica.
Possiamo provarci anche noi, dentro giornate che sembrano già troppo piene: accompagnando qualcuno a una visita, lasciando che una persona anziana finisca il suo racconto, trattenendo una risposta aspra mentre cerchiamo di capire che cosa abbia ferito chi ci sta davanti. A volte basterà chiedere «Vuoi che rimanga?» e avere la pazienza di aspettare quel sì che l’altro si vergogna di pronunciare. Il samaritano, poi, conduce il ferito in una locanda, provvede alle sue cure e promette di tornare. Qui il racconto diventa tenerissimo: l’uomo che nessuno voleva raccogliere adesso ha qualcuno che si preoccuperà di come avrà trascorso la notte. Prendersi cura è dire: ti tengo un posto nel mio domani.
Forse, mentre leggi, desideri proprio questo: che qualcuno si ricordi di chiederti com’è andata, che si accorga della tua stanchezza anche quando riesci a sorridere. Se oggi sei tu quello a terra, puoi smettere per un momento di dimostrare che sai cavartela e lasciare che qualcuno ti aiuti. Anche le mani che hanno sorretto tanti possono cercare una mano.
Puoi pregare così: «Gesù, oggi ho bisogno che qualcuno si fermi per me». E lasciare che questa preghiera diventi una richiesta, un messaggio, il coraggio di dire a una persona fidata ciò che stai attraversando. Nella cura del samaritano riconosciamo il modo in cui il Signore ci ama: si avvicina alla nostra fragilità e le prepara un luogo dove riprendere vita.
«Chi è il mio prossimo?», chiediamo, e Gesù ci invita a diventare vicini, a compiere quel tratto di strada che ancora ci separa da un volto. «Va’ e anche tu fa’ così»: comincia dalla persona che ti è venuta in mente leggendo, da quella telefonata rimandata, da una sedia accostata a chi mangia sempre solo. C’è un bene che può nascere proprio lì, nel poco tempo che credevi di non avere. Qualcuno oggi pregherà: «Signore, fammi sentire che ci sei». Tu chiamalo. Lascia che Dio gli risponda anche con la tua voce. #Santanotte
Alessandro Ginotta

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