
C’è ancora una vendemmia
A volte il bisogno di un abbraccio fa il rumore di una porta sbattuta. Alzi la voce, trovi la parola che ferisce, allontani proprio chi avresti voluto accanto; poi rimani davanti al lavello, con un piatto in mano e quel nodo in gola che non riesci a sciogliere, perché sotto la rabbia tremava una richiesta che non hai saputo pronunciare: «Accorgiti di me. Oggi faccio fatica». Quanto bisogno abbiamo di essere amati anche quando ci riesce male amare, quando persino la nostra tenerezza, per uscire, imbocca la strada sbagliata.
Il mio (in)solito commento al Vangelo
«Darà in affitto la vigna ad altri contadini» (Matteo 21,33-43)
Gesù entra in questa fatica raccontando di un uomo che pianta una vigna, la protegge, la prepara con cura e infine la affida ad alcuni contadini. Consegna ad altre mani qualcosa che ama, accettando il rischio che venga trascurato, sciupato, ferito. Dio lo fa con noi ogni giorno, quando ci affida una persona da amare, una fiducia da custodire, un bene che aspetta proprio il nostro coraggio per venire al mondo. Conosce il tremore delle nostre mani, eppure continua a posarvi germogli.
Guardala, la tua vigna: è il figlio che cresce e ti racconta meno, il genitore che ripete una domanda mentre tu hai già un piede fuori dalla porta, la persona che ti siede accanto e della quale, senza accorgertene, hai smesso di cercare gli occhi. L’amore ti aspetta lì, dentro ciò che conosci così bene da rischiare di non vederlo più.
I contadini, però, vogliono impadronirsi di quanto hanno ricevuto in custodia e, quando arrivano i servi del padrone, li respingono, li colpiscono, ne uccidono alcuni. Pur di tenere i frutti, distruggono le vite. Quella violenza ci sconvolge, mentre ci è più familiare la paura che ci fa stringere troppo: la sentiamo quando la libertà di chi amiamo ci sembra una distanza, quando una correzione ci brucia, quando qualcuno impara a fare senza di noi e, insieme alla gioia, avvertiamo una fitta. Forse, dentro, c’è una domanda che si vergogna di farsi sentire: «Se non hai più bisogno di me, mi vorrai bene lo stesso?».
Portiamola a Dio, questa paura, prima che diventi una gabbia per qualcuno. Lasciamoci insegnare la gioia, faticosa e bellissima, di accompagnare una vita senza pretendere di deciderne ogni passo. L’amore diventa casa quando chi vi abita può aprire le finestre.
Poi il padrone manda suo figlio, e il racconto prende il volto di Gesù. Viene incontro a chi lo respinge, si espone al rifiuto, raggiunge quelle mani che stanno per ferirlo. Lo trascinano fuori dalla vigna e lo uccidono. Fermiamoci accanto a quel «fuori», perché qualcuno di noi lo conosce fin troppo bene. Fuori da un affetto in cui aveva creduto, dalla vita di una persona per la quale aveva dato tutto, dai pensieri di chi un tempo gli chiedeva: «Come stai?». Ci sono solitudini che fanno male soprattutto per questo: il mondo continua, e nessuno sembra accorgersi del posto rimasto vuoto accanto a te.
Se sei lì, puoi affidare a Gesù anche il dolore che ancora non sai raccontare. Conosce quel posto, ne ha attraversato il buio. Puoi essere stato lasciato fuori da una vita senza essere uscito, neppure per un istante, dall’amore di Dio.
E la vigna? Avrà ancora un futuro. Sarà affidata ad altri contadini, perché il male viene giudicato e a chi devasta viene tolta la custodia. La terra non sarà abbandonata alla violenza di chi voleva possederla: qualcuno tornerà a chinarsi sui tralci, a sostenere i rami, ad aspettare i frutti. Dio vede una vendemmia dove noi contiamo soltanto i danni. La pietra scartata diventerà pietra d’angolo: il Figlio ucciso risorgerà, e proprio su di lui potremo appoggiare tutto il peso dei nostri nuovi inizi. La speranza cristiana ha attraversato una tomba; per questo sa raggiungerci anche dove abbiamo smesso di aspettare.
Forse oggi ricominciare significa tornare nella stanza in cui hai risposto male e dire: «Perdonami», senza aggiungere una giustificazione, restando ad ascoltare. Oppure chiedere aiuto, allentare una pretesa, cercare quegli occhi che incontri ogni giorno e che da troppo tempo non guardi davvero. A volte il futuro entra da una porta che hai trovato il coraggio di riaprire.
Oggi prega come riesci: «Signore, abbi cura della mia stanchezza, perché io possa avere cura di chi amo». Poi concediti di riposare, affidandogli anche ciò che non sei riuscito a sistemare, quella conversazione rimasta a metà, quel dispiacere che torna appena spegni la luce.
Domani tornerai tra i filari e ci saranno ancora rami da sostenere, ferite che chiederanno tempo, ma forse, proprio accanto al punto in cui ti eri fermato a piangere, scorgerai una foglia nuova. Avvicinati, falle spazio, lascia che ti sorprenda: la vita sta preparando qualcosa che il tuo dolore non poteva prevedere. C’è ancora una vendemmia. Potrai forse aver perso un raccolto, ma Dio non smetterà di chiamarti vigna #Santanotte
Alessandro Ginotta

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