
Sposta la mia sedia
«Da te mi aspettavo di meglio». La frase arriva durante una riunione, davanti a tutti, mentre qualcuno racconta il tuo errore e tu tieni le mani ferme sul tavolo, cercando di nascondere quanto ti fanno male quelle parole. Vorresti rispondere che te lo aspettavi anche tu, che ci hai perso il sonno, che stai cercando di rimediare; ma il rimprovero continua e, a poco a poco, ti sembra che nessuno riesca più a vedere chi sei, oltre quello che hai sbagliato.
Il mio (in)solito commento a:
«Guai a voi, farisei; guai a voi dottori della legge» (Luca 11,42-46)
Basterebbe qualcuno disposto a restare accanto a te mentre affronti la verità. Qualcuno a cui poter dire: «Ho paura di non riuscire a sistemare le cose», senza doverti vergognare anche della paura. Forse conosci questa fatica. Oppure conosci quella di sentirti sempre in debito: devi essere più forte, più presente, più bravo, e persino quando ce la metti tutta sembra che manchi ancora qualcosa per meritarti un po’ di tenerezza. Quanto amore ci perdiamo, mentre cerchiamo di meritarlo.
Gesù entra dentro questa povertà e pronuncia parole severe contro chi osserva scrupolosamente i dettagli della legge, trascurando la giustizia e l’amore di Dio, contro chi cerca i primi posti e impone agli altri pesi che poi li lascia portare da soli. Quel «Guai a voi» ci scuote perché una vita ferita, agli occhi di Gesù, conta immensamente. La sofferenza che abbiamo imparato a tollerare, a giustificare, perfino a provocare con modi rispettabili, Lui la vede. E interviene.
Dio tiene a te anche mentre sei seduto a quel tavolo, con gli occhi bassi. Conosce il tuo errore e quanto ti costa ammetterlo; conosce la parte di te che vorrebbe fuggire e quella che sta cercando il coraggio di restare. Puoi affidargli entrambe, perché il suo amore ti raggiunge proprio qui, nella persona incompiuta che sei. Sei amato anche mentre stai imparando a diventare migliore. Prova a lasciare che questa certezza scenda dentro di te, là dove conservi le parole che ti hanno ferito e quelle che continui a ripeterti. L’amore di Dio è un fiume che raggiunge anche quei punti, e porta vita dove da tempo ci eravamo abituati a resistere.
Noi, intanto, contiamo: chi ha telefonato per primo, chi ci ha ringraziato, chi ha ricevuto il riconoscimento che aspettavamo. A volte basta così poco per irrigidirci, perché sotto le nostre piccolezze c’è spesso una fame d’amore che ci vergogniamo di confessare.
Dio conosce anche quella fame. Possiamo portargli il bisogno di sentirci importanti, il dispiacere di essere stati dimenticati, persino l’invidia che ci fa male ammettere. Il suo amore ci permette di guardarli senza esserne schiacciati, e di scegliere che cosa farne. Accoglierlo può cominciare da una preghiera semplice: «Signore, oggi mi sono sentito piccolo e ho fatto male a qualcuno. Aiutami a lasciarmi amare, aiutami a rimediare».
Da qui qualcosa cambia. La difficoltà rimane, ma trovi il coraggio di chiedere perdono; qualcuno ti delude, e riesci ad ascoltare prima di ferirlo; incontri una persona in affanno, e il suo bisogno diventa più urgente del tuo desiderio di avere ragione. Il fiume comincia a passare anche attraverso di te. Ritorna a quella riunione. Qualcuno avvicina la propria sedia e dice: «Vediamo come rimediare. Ci lavoriamo insieme». Puoi finalmente sollevare gli occhi, perché il problema è ancora sul tavolo, ma tu sei ancora una persona degna di fiducia.
Un giorno potrai essere tu ad avvicinare quella sedia. Riconoscerai il tremore dell’altro, perché lo hai conosciuto, e gli offrirai un po’ del coraggio che hai ricevuto. Allora l’amore di Dio avrà trovato spazio nella tua giornata, proprio attraverso quel gesto, e qualcuno tornerà a respirare accanto a te.
Signore, che il tuo fiume d’amore attraversi la mia vita: qualcuno, poco più avanti, sta morendo di sete. Signore, sposta la mia sedia: voglio il primo posto accanto a chi non ce la fa #Santanotte
Alessandro Ginotta

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