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Anche così, puoi amare

Anche così, puoi amare

«Scusa il disordine». Lo dici mentre togli una maglia dalla sedia e raccogli le cose lasciate in giro, cercando di rendere presentabile almeno l’angolo in cui farai accomodare chi è venuto a trovarti. È stata una giornata lunga, di quelle in cui hai fatto tanto e ti sembra di non aver concluso niente, perché c’è sempre qualcosa che aspetta e un pezzo di te che rimandi a domani. Poi quella persona ti guarda e dice: «Lascia stare. Vieni qui, siediti», e tu senti allentarsi qualcosa, perché finalmente puoi smettere di sistemare tutto e lasciarti incontrare.

Il mio (in)solito commento a:
“Date in elemosina, ed ecco, per voi tutto sarà puro” (Luca 11,37-41)

Quanto abbiamo bisogno di una presenza così, davanti alla quale deporre la fatica senza vergognarcene, sapendo che qualcuno resterà anche dopo aver visto quello che non riusciamo a tenere in ordine. Eppure, proprio con Dio, quante volte restiamo sulla soglia a scusarci. Vorremmo accoglierlo quando saremo migliori, quando avremo sciolto quel rancore o imparato a essere più generosi, mentre Lui ci raggiunge nella vita che abbiamo adesso, fra le intenzioni buone e le risposte sbagliate, fra il desiderio di amare e la paura che ci fa trattenere tutto.

Dio sa abitare anche quello che noi non sappiamo sistemare.

Nel Vangelo, Gesù entra nella casa di un fariseo e si mette a tavola, ma il padrone di casa si stupisce perché il suo ospite non ha compiuto le abluzioni rituali. È bastato quel gesto mancato perché l’attenzione si spostasse dall’incontro all’irregolarità, dalla persona a ciò che avrebbe dovuto fare.

Succede anche a noi, quando una mancanza occupa tutto lo sguardo e finiamo per non vedere più chi abbiamo davanti: la stanchezza dietro una risposta brusca, la solitudine dentro un comportamento difficile, la richiesta d’aiuto che qualcuno riesce a esprimere soltanto lamentandosi. Gesù porta lo sguardo più in profondità, con parole che non concedono riparo alle apparenze: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma dentro siete pieni di avidità e malizia».

Brucia, questa frase, soprattutto quando le permettiamo di avvicinarsi alla nostra vita. Possiamo essere cortesi con tutti e duri con chi ci vuole bene, commuoverci davanti a una sofferenza lontana e infastidirci per quella che interrompe i nostri programmi. Talvolta ci preoccupiamo tanto di essere considerati buoni che ci rimane poca attenzione per il bene da fare. Gesù ci vuole liberi da questa fatica, capaci di riconoscere ciò che ci abita e di lasciarlo trasformare. Per questo, dopo averci messi davanti alla nostra contraddizione, ci indica un gesto possibile: «Date piuttosto in elemosina ciò che avete dentro, e tutto per voi sarà puro».

La via passa attraverso ciò che condividiamo, attraverso qualcosa di nostro che può diventare sollievo per qualcuno: una parte della spesa, un aiuto per una bolletta, un bene che custodiamo da anni e che potrebbe servire oggi. E mentre offriamo, possiamo fermarci abbastanza da imparare un nome, ascoltare una storia, permettere a quella persona di esistere ai nostri occhi oltre il suo bisogno.

La carità comincia quando la vita dell’altro trova posto fra le cose che ci riguardano.

Forse anche tu vorresti essere più generoso, ma temi che poi manchi qualcosa a te; oppure arrivi alla sera tanto stanco da desiderare soltanto che qualcuno si accorga di quanto hai dato. Puoi portare a Dio anche questa fatica, riconoscere i tuoi limiti e lasciarti aiutare, perché nella condivisione c’è spazio per la tua fragilità e per quella degli altri. Non occorre aspettare un cuore senza contraddizioni per cominciare ad amare. Nessuna offerta compra il perdono, eppure un dono sincero può incrinare l’avidità, allentare la presa della paura e insegnarci che possiamo vivere senza tenere tutto stretto.

Puoi fare del bene anche con un cuore ancora in riparazione.

Prova oggi, avvicinandoti a un bisogno concreto con quello che puoi offrire, senza pretendere di risolvere tutto e senza far pesare la tua bontà. Forse quel gesto sarà piccolo, ma per chi lo riceve potrà significare qualcosa di immenso: qualcuno si è accorto di me. E quando verrà sera, fra le cose ancora da sistemare, potrai sederti anche tu e pregare: Signore, eccomi, con il mio disordine e questo desiderio di amare che continua a cercarti. Aiutami ad aprire le mani; fa’ che attraverso la mia vita qualcuno riceva un poco della tua tenerezza.

Il tuo cuore può essere un bicchiere scheggiato e dare ancora da bere #Santanotte

Alessandro Ginotta

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