
Dove il cuore torna a parlare
Fa male accorgersi che una persona amata ha imparato a piangere lontano da te, perché ogni volta che ti consegnava una ferita tu cercavi chi avesse ragione. Eppure Dio può raggiungervi proprio lì, dove avete smesso di parlarvi e continuate, in silenzio, ad avere bisogno l’uno dell’altro.
Il mio (in)solito commento a:
«Sarà chiesto conto del sangue di tutti i profeti: dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccarìa»
(Luca 11,47-54)
«Non ti dico più niente, tanto è inutile». Ci sono parole che dovrebbero fermarci le mani, interrompere quello che stiamo facendo, farci alzare gli occhi. E invece qualche volta le lasciamo cadere, perché siamo stanchi, perché ci sentiamo accusati, perché anche noi avremmo bisogno che qualcuno ci chiedesse come stiamo. Così la discussione finisce e, per un momento, quel silenzio sembra pace. Poi cominciano a mancarci le confidenze, persino quelle che ci infastidivano. Alla domanda «come stai?» arriva un «bene» sempre più breve, e noi restiamo fuori da una vita nella quale un tempo entravamo senza bussare.
L’amore forse è ancora lì. Aspetta che qualcuno trovi il coraggio di ascoltare senza preparare una difesa.
Gesù ci raggiunge anche qui, con una pagina che brucia perché tocca qualcosa che preferiremmo lasciare indisturbato. Rimprovera chi costruisce sepolcri ai profeti mentre continua a respingere la parola per la quale sono stati uccisi. Onorare una voce quando ormai tace può essere molto più comodo che lasciarsi cambiare mentre parla.
E noi? Ci commuoviamo per chi ha difeso gli ultimi, ma possiamo perdere la pazienza con una fragilità che intralcia i nostri programmi. Celebriamo la misericordia e poi ricordiamo a qualcuno il suo errore ogni volta che tenta di rialzarsi. Amiamo le parole del Vangelo finché una persona concreta viene a chiederci di viverle.
È quando la verità ha la voce di chi ci scomoda che cominciamo a scoprire quanto siamo disposti ad amarla. Accoglierla costa. Può voler dire rinunciare all’ultima replica, sopportare di non apparire irreprensibili, riconoscere che qualcuno ha sofferto anche per colpa nostra. Ma pensa a ciò che potrebbe accadere se, dove l’altro si aspetta l’ennesima giustificazione, trovasse finalmente queste parole: «Non avevo capito quanto ti avessi fatto male. Vorrei ascoltarti».
In quella frase c’è già una vita che prova a cambiare. Gesù parla con durezza a persone che presto cercheranno di coglierlo in fallo; eppure continua a rivolgersi a loro, a chiamarle alla responsabilità. La sua parola ci raggiunge fin dentro le nostre contraddizioni, là dove possiamo ancora scegliere. Dio vede il male che abbiamo fatto, ma per quanto sia sporco il nostro cuore, Egli continua a chiamarci a tutto il bene che possiamo fare. Non importa da dove arriviamo, ma dove andiamo: verso l’Amore.
Poi risuona quella parola terribile: sangue. Da Abele a Zaccarìa, vite spezzate, voci soffocate, violenze delle quali sarà chiesto conto. Fermiamoci qui, senza addolcire il Vangelo e senza confondere queste morti con i nostri litigi. Ci sono vittime reali, e nessun monumento può sostituire la giustizia. Ma ascolta che cosa significa anche per chi ha subito il male: Dio ricorda. La voce che qualcuno ha tentato di cancellare arriva fino a Lui. Se non ti hanno creduto, se hanno difeso la reputazione di chi ti feriva e ti hanno lasciato solo con le conseguenze, se ancora oggi cerchi parole per raccontare ciò che hai vissuto, sappi che davanti a Dio la tua storia ha diritto di essere ascoltata tutta.
Il cielo non ti chiede di soffrire più piano per non disturbare. Puoi pregare anche così, con il fiato corto e le frasi interrotte, portando a Dio ciò che ancora ti fa tremare. Il suo amore sa accogliere anche la parte di te che non riesce a fidarsi. E se, leggendo, hai riconosciuto le tue mani fra quelle che hanno ferito, lascia che questa consapevolezza diventi un inizio. Puoi smettere di giustificarti, chiedere perdono, cercare di riparare, rispettando la libertà e i tempi di chi ha sofferto. Il male compiuto resta una responsabilità da assumere; il domani può ricevere da te qualcosa di diverso.
Quando Gesù denuncia chi ha sottratto la chiave della conoscenza e impedito agli altri di entrare, la domanda arriva fino al nostro modo di amare e di credere: chi ci incontra trova un accesso alla misericordia? Chi ci affida un fallimento può sentirsi ancora degno d’amore?
Forse oggi c’è una conversazione alla quale tornare con meno risposte e più disponibilità: «Se te la senti, vorrei capire. Ti ascolto». Poi occorrerà restare, anche quando le parole faranno male, anche quando ci verrà voglia di interrompere. La fiducia avrà bisogno di tempo e di gesti che rendano credibile quell’ascolto.
Signore, comincia da me. Da ciò che difendo per paura, dalla tenerezza che rimando, dall’orgoglio che mi lascia solo proprio mentre vorrei essere amato. Aiutami a diventare una persona alla quale si possa consegnare una ferita senza riceverne un’altra. Che nessuno debba più nascondere il proprio cuore per continuare a essere amato da noi. #Santanotte
Alessandro Ginotta

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