• La Buona Parola - il blog di Alessandro Ginotta
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Quando lasci Dio fuori dalla tua vita

Quando lasci Dio fuori dalla tua vita

C’è una cosa che fa male, in questa parabola. Non è soltanto la violenza. Non è soltanto l’ingratitudine. Non è nemmeno la morte del figlio amato, per quanto terribile. A ferire davvero è questo: il padrone della vigna ama fino alla fine chi continua a respingerlo. E allora entra nella vigna…

Il mio in(solito) commento a:
«Presero il figlio amato, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna»
(Marco 12,1-12)

Non restare fuori a guardare la scena come se non ti riguardasse. Cammina tra i filari. Senti il profumo della terra, il peso dell’uva matura, il silenzio della torre che veglia dall’alto. Tutto parla di cura. Tutto racconta un amore che ha preparato ogni cosa prima ancora di chiedere qualcosa. Quella vigna non è soltanto un campo. È la tua vita.

È il tempo che ti è stato affidato. Sono le persone che ami. Sono i doni che porti dentro e che, a volte, hai paura di far fiorire. Sono le occasioni perdute, le possibilità ancora aperte, le ferite che Dio non ha mai smesso di visitare. Tu non sei nato in un terreno abbandonato. Sei stato pensato come una vigna amata.

Dio ha piantato in te qualcosa di buono. Ha costruito una siepe per custodirti, una torre per vegliare, un torchio perché la tua vita potesse diventare frutto, vino, dono. Non ti ha consegnato al caso. Non ti ha lasciato senza direzione. Ti ha affidato un pezzo del suo sogno.

Poi, però, succede qualcosa. Lentamente. Quasi senza accorgertene. Il dono diventa possesso. La gratitudine si trasforma in pretesa. La vigna, che avevi ricevuto, comincia a sembrarti tua. Solo tua. E quando Dio viene a cercare frutti, tu lo vivi come un intruso. Quando il Vangelo ti chiede verità, ti sembra troppo esigente. Quando una parola ti raggiunge nel punto esatto in cui avevi costruito una difesa, ti infastidisce.

Perché la verità, quando arriva, non bussa mai dove siamo già in ordine. Bussa dove ci siamo nascosti.

Ecco allora i servi mandati dal padrone. Sono quelle voci che provano a risvegliarti. Una parola ascoltata per caso. Un rimorso che non riesci a mettere a tacere. Una persona che ti dice ciò che nessuno aveva il coraggio di dirti. Un dolore che ti costringe a fermarti. Una pagina di Vangelo che non ti accarezza soltanto, ma ti attraversa.

E tu che fai? A volte ascolti. A volte no. A volte accogli. A volte respingi. A volte, invece di cambiare strada, preferisci zittire chi ti ricorda che stai andando nella direzione sbagliata. Non sempre con cattiveria. Spesso con stanchezza. Con orgoglio. Con paura. Con quella scusa sottile che conosciamo bene: “Non adesso”.

Poi il padrone manda il figlio. L’amato. Non un servo qualunque. Non un altro messaggero. Manda ciò che ha di più caro. Manda il cuore. E qui la parabola si fa lama. I vignaioli lo vedono e non si commuovono. Non si fermano. Non si vergognano. Dicono: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra”.

Vogliono la vigna senza il padrone. Il dono senza il Donatore. La vita senza Dio.

E non pensare che sia soltanto una tentazione antica. È la nostra tentazione di ogni giorno. Vogliamo pace, ma senza perdonare. Vogliamo amore, ma senza donarci. Vogliamo libertà, ma senza responsabilità. Vogliamo luce, ma senza lasciare che illumini anche ciò che teniamo nell’ombra. Vorremmo il profumo dell’uva, ma non la fatica della vendemmia. Vorremmo i frutti del Vangelo, ma non il Vangelo che ci cambia.

Così il Figlio viene preso, ucciso e gettato fuori. Fuori dalla vigna. Fuori dalla città. Fuori dai progetti. Fuori dalle priorità. Fuori dalle parole che diciamo in pubblico, quando ci vergogniamo di sembrare troppo credenti. Fuori dalle scelte quotidiane, quando sappiamo qual è il bene ma scegliamo ciò che costa meno. Fuori dal cuore, quando preferiamo non sentire.

Non sempre crocifiggiamo Cristo gridando. A volte lo facciamo abbassando lo sguardo. Non sempre lo rinneghiamo con rabbia. A volte lo lasciamo semplicemente fuori, mentre continuiamo a vivere come se nulla fosse. Ma proprio quando tutto sembra perduto, il Vangelo accende la sua sorpresa: la pietra scartata diventa pietra d’angolo.

Capisci? Ciò che noi buttiamo via, Dio lo rimette al centro. Ciò che noi escludiamo, Dio lo trasforma in fondamento. Il Figlio gettato fuori diventa la porta attraverso cui possiamo rientrare. La ferita diventa passaggio. Il rifiuto diventa occasione di salvezza.

Questo è il miracolo che dovresti portarti dentro oggi: Dio non smette di cercarti nemmeno quando tu smetti di ascoltarlo.

Non torna per umiliarti. Torna per rialzarti. Non viene a rinfacciarti la vigna sprecata. Viene a ricordarti che può ancora fiorire. Non ti chiede di presentarti perfetto. Ti chiede di aprire.

Allora non restare immobile davanti a questa parabola. Non limitarti a indignarti contro i vignaioli perfidi. Guarda dentro. Con coraggio, ma senza paura. Chiediti quale parte della tua vita hai trasformato in possesso. Quale frutto stai trattenendo. Quale parola di Gesù hai messo a tacere perché ti chiedeva troppo. Quale angolo del cuore hai chiuso a chiave.

E poi fai il gesto più rivoluzionario: lascia rientrare il Figlio. Riapri il cancello. Scosta la pietra. Smetti di difendere ciò che ti sta rendendo sterile. Perché Dio non viene a toglierti la vigna. Viene a salvarla. Non viene a spegnere la tua vita. Viene a spremerne il vino migliore. Tu non sei il tuo rifiuto. Non sei il tuo errore. Non sei la porta che hai chiuso. Sei ancora la vigna amata.

E il Figlio che hai lasciato fuori è ancora lì. Non con il volto del giudice, ma con le mani ferite dell’Amore. Non per condannarti, ma per ricominciare con te. Apri.

Perché quando lasci rientrare Cristo, anche la terra più indurita torna a dare frutto #Santanotte

Alessandro Ginotta

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