
La moneta porta il volto di Cesare. Tu porti il volto di Dio
C’è una moneta sul palmo di una mano. Piccola, fredda, lucida. Sembra niente. E invece, in quel minuscolo cerchio di metallo, si concentra una battaglia enorme: potere, paura, interesse, religione usata come trappola, parole gentili affilate come lame.
Il mio in(solito) commento al Vangelo:
«Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio»
(Marco 12,13-17)
Perché attorno a Gesù, quel giorno, non arrivano uomini in cerca di verità. Arrivano uomini in cerca di un errore. Non vogliono ascoltarlo: vogliono incastrarlo. Gli si avvicinano con il sorriso sulle labbra e il veleno nel cuore. Lo chiamano “Maestro”, fingono rispetto, costruiscono complimenti come si costruisce una gabbia. E poi pongono la domanda: è lecito pagare il tributo a Cesare?
Sembra una questione fiscale. In realtà è una mina pronta a esplodere.
Se Gesù dice sì, sembra piegarsi all’occupante romano e rischia di perdere il cuore del popolo. Se dice no, può essere denunciato come sovversivo. La trappola è perfetta. O almeno così credono loro.
Ma il male, quando si sente intelligente, diventa cieco. E la cattiveria, quando pensa di avere già vinto, inciampa nella propria ombra.
Gesù non entra nel loro gioco. Non si lascia chiudere dentro la domanda sbagliata. Chiede una moneta. E lì accade qualcosa di sorprendente: chi voleva mettere alla prova Gesù è costretto a guardare ciò che tiene in mano. La moneta porta un’immagine, un’iscrizione, un’appartenenza. È di Cesare. Allora Gesù pronuncia quella frase che attraversa i secoli come una lama di luce: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
E tu, adesso, sei lì. Anche tu hai una moneta tra le mani. Forse non è di metallo. Forse è il tuo tempo, il tuo lavoro, le tue preoccupazioni, le tue ambizioni, la fatica di arrivare a fine mese, il desiderio di essere riconosciuto, la paura di non valere abbastanza. Anche tu vivi dentro un mondo che ti chiede continuamente qualcosa: paga, produci, corri, dimostra, accumula, conquista, difenditi.
E Gesù non ti dice di fuggire dal mondo. Non ti dice che Cesare non esiste. Non ti invita a vivere sospeso in una spiritualità disincarnata, come se le bollette, le responsabilità, la società, il lavoro, la giustizia, non avessero peso. No. Gesù è concreto. Sa bene che siamo fatti anche di terra, di giorni da attraversare, di scelte pratiche, di doveri reali.
Ma poi ti guarda più in profondità. E sembra chiederti: va bene, questa moneta porta l’immagine di Cesare. Ma tu, quale immagine porti impressa dentro?
È qui che il Vangelo cambia prospettiva. Perché la domanda vera non è soltanto che cosa devi dare a Cesare. La domanda vera è: che cosa stai restituendo a Dio?
La moneta appartiene al potere che vi ha inciso sopra il suo volto. Ma tu appartieni a Dio, perché Dio ha inciso in te il suo respiro. Prima ancora del tuo nome, prima dei tuoi successi, prima delle tue ferite, prima delle maschere che hai indossato per sopravvivere, c’è un’impronta più profonda: sei immagine di Dio.
Non sei una cosa. Non sei un prezzo. Non sei il saldo del tuo conto, il numero dei tuoi fallimenti, la somma delle tue paure. Non sei quello che possiedi. Non sei nemmeno quello che gli altri pensano di te.
Tu sei ciò che Dio non ha mai smesso di amare.
E allora rendere a Dio ciò che è di Dio significa smettere di consegnare l’anima a ciò che anima non ha. Significa non vendere la pace per un applauso, non barattare la dignità per un vantaggio, non sacrificare la coscienza sull’altare del tornaconto. Significa usare le cose senza lasciarsi usare dalle cose. Avere denaro, forse, ma non lasciare che il denaro abbia te.
Perché il problema non è la moneta. Il problema è quando la moneta diventa il centro. Il problema non è Cesare. Il problema è quando Cesare pretende il posto di Dio. Il problema non è vivere nel mondo. Il problema è dimenticare il cielo che ti abita.
Gesù non divide la tua vita in due cassetti: da una parte le cose della terra, dall’altra le cose di Dio. Ti dice qualcosa di molto più esigente e molto più bello: vivi nel mondo, ma non lasciare che il mondo ti rubi il volto. Lavora, costruisci, paga ciò che devi, prenditi cura delle tue responsabilità. Ma non consegnare a nessun potere la parte più sacra di te.
A Cesare puoi dare una moneta. A Dio devi restituire il cuore.
E forse oggi il Vangelo ti chiede proprio questo: riprenditi l’anima. Riportala a casa. Toglila dalle mani di chi la pesa, la misura, la compra, la giudica, la consuma. Rimettila nelle mani di Dio, perché solo lì il tuo valore non dipende da quanto rendi, ma da quanto sei amato.
La luce che brilla nella tua anima sia più forte del bagliore dell’oro che luccica. Perché l’amore non si conia. Il perdono non si compra. La bontà non si tassa. La misericordia non ha mercato.
E tu non sei fatto per luccicare un istante come una moneta tra le dita del mondo.
Tu sei fatto per riflettere, ogni giorno, il volto eterno di Dio #Santanotte
Alessandro Ginotta

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