
Quando la fede sfiora l’impossibile
Il Vangelo oggi ti viene incontro e ti sussurra una cosa audace: prova ancora. Avvicinati ancora. Anche se tremi, anche se ti senti fuori posto, anche se pensi di avere perso il diritto di sperare. A volte la fede comincia così, non con un discorso perfetto, ma con una mano che osa sfiorare la luce
Il mio (in)solito commento a:
Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni ed ella vivrà (Matteo 9,18-26)
Lo senti anche tu? È il respiro della folla che si stringe attorno a Gesù, il rumore dei passi sulla polvere, il brusio delle voci che cercano un miracolo, la tensione di chi si avvicina perché ha intuito che quell’uomo non porta soltanto parole, ma una forza capace di spaccare il destino. In mezzo a quella folla c’è una donna che da dodici anni perde sangue, vita, dignità. Dodici anni sono un’eternità quando il corpo diventa una prigione e la gente comincia a guardarti come un pericolo. Per la Legge è impura, per gli altri è una presenza da evitare, per se stessa forse è ormai una creatura consumata dalla vergogna, una ferita che cammina, una domanda rimasta senza risposta.
Eppure quel giorno questa donna compie un gesto immenso, perché decide che il suo dolore non sarà il suo nome. Non grida, non pretende, non cerca la scena; attraversa la folla con il cuore in tumulto, si abbassa, allunga la mano e sfiora appena il lembo del mantello di Gesù. Un gesto minuscolo, quasi invisibile, eppure il cielo intero sembra concentrarsi in quella punta di dita.
Per la mentalità del tempo, avrebbe dovuto contaminare il Maestro. La sua impurità avrebbe dovuto sporcare chiunque la toccasse. Ma il Vangelo non obbedisce alle paure degli uomini: quando la nostra miseria tocca Dio, non è Dio a perdere purezza, siamo noi a ritrovare vita.
Questa è la rivoluzione di Cristo: non si difende dalle ferite, le attraversa; non si ritrae davanti al dolore, lo abita. E non chiede neppure ai sofferenti di restare a distanza, ma lascia che una mano tremante afferri un frammento della sua presenza e, in quell’istante, una donna che tutti avevano sepolto nella vergogna torna a respirare libertà.
Forse questa donna sei tu, almeno un po’. Anche tu hai una parte che sanguina in silenzio, una zona dell’anima che preferisci non mostrare, una stanchezza antica che ti ha insegnato a sorridere mentre dentro qualcosa cede. Ci sono dolori che non fanno rumore, ma prosciugano; ci sono ferite che non si vedono, ma ti convincono di essere diventato troppo complicato da amare.
E allora il Vangelo oggi ti viene incontro e ti sussurra una cosa audace: prova ancora. Avvicinati ancora. Anche se tremi, anche se ti senti fuori posto, anche se pensi di avere perso il diritto di sperare. A volte la fede comincia così, non con un discorso perfetto, ma con una mano che osa sfiorare la luce.
E mentre questa donna rinasce, dall’altra parte della scena arriva un padre. Matteo non insiste sul suo nome, perché davanti al dolore di un figlio ogni titolo cade, ogni ruolo si sgretola, ogni prestigio diventa cenere. Resta soltanto un uomo con il cuore spezzato, un padre che si getta ai piedi di Gesù e pronuncia una frase che sembra impossibile, quasi folle: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni ed ella vivrà».
È morta, ma tu vieni. Dentro queste parole c’è tutta la fede che manca alle nostre preghiere prudenti. Giairo non addolcisce la realtà, non nega il buio, non finge che la morte sia un contrattempo; la guarda in faccia e poi osa chiamare Gesù proprio lì, nel punto in cui tutti hanno già smesso di aspettare.
Forse dovremmo imparare a pregare così, senza trucco e senza retorica: Signore, questa parte di me è morta, ma tu vieni. La mia speranza è rimasta chiusa in una stanza, ma tu vieni. Perché la fede non è raccontarsi che tutto va bene, ma è consegnare a Cristo ciò che non siamo più capaci di salvare.
Gesù entra nella casa. Trova il pianto, la confusione, la rassegnazione di chi ha già deciso il finale. Trova gente che ride della speranza, perché la speranza, quando arriva troppo tardi, sembra sempre ridicola agli occhi di chi ha fatto pace con la sconfitta. Ma Gesù non discute con la morte. La supera.
Prende la fanciulla per mano, e quel gesto dice più di mille prediche: Dio non ha paura di toccare ciò che noi abbiamo dichiarato perduto. Dove noi vediamo una fine, Lui vede una soglia. Dove noi mettiamo un punto, Lui prepara un’alba.
Quale parte della tua vita hai chiuso troppo presto? Quale sogno hai messo sotto un lenzuolo? Quale ferita hai smesso di portare a Dio perché ti sembrava inutile perfino pregare? La donna guarisce perché osa toccare. La fanciulla vive perché qualcuno osa chiamare Gesù dentro la morte. Due storie, una sola verità: la fede non è un pensiero gentile, è un terremoto silenzioso; non è una carezza alla paura, è una breccia aperta nell’impossibile.
Non restare spettatore del tuo dolore. Entra nella scena. Avvicinati. Tocca il mantello. Chiama Gesù nella stanza chiusa. Digli il nome della tua ferita, portagli il tuo fallimento, consegnagli quella parte di te che hai smesso di aspettare. Perché Cristo non viene a rendere più sopportabile la tomba. Viene a svuotarla.
E quando la Vita prende per mano ciò che tu credevi perduto, la morte arretra, il buio si spezza, la notte si inginocchia. E tu ti rialzi #Santanotte
Alessandro Ginotta

Sostieni labuonaparola.it
La tua donazione mi aiuterà a continuare a creare contenuti di qualità:
Ogni contributo, grande o piccolo, fa la differenza. Grazie per il tuo sostegno!
Lasciati raggiungere da La buona Parola sulla tua e-mail
Iscriviti alla newsletter. Riceverai una email ogni volta che verrà pubblicato un nuovo commento. È gratis e ti potrai cancellare in ogni momento.


