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Quando il Pastore non scappa

Quando il Pastore non scappa

C’è un momento, nella vita, in cui ti accorgi che tutto può crollare all’improvviso: le certezze, le sicurezze, perfino l’immagine che hai di te stesso. È il momento in cui arriva il “lupo”. Non sempre lo riconosci subito, ma lo senti: è quella paura che ti stringe, quella ferita che non si rimargina, quella solitudine che ti fa pensare di essere rimasto indietro, dimenticato.

Il mio in(solito) commento a:
Il buon pastore dà la propria vita per le pecore (Giovanni 10,11-18)

Ed è proprio lì che il Vangelo di oggi ti viene incontro con una domanda silenziosa ma decisiva: quando arriva il lupo… chi resta?

Gesù non usa mezze parole. Ti porta dentro una scena concreta, quasi ruvida, fatta di polvere, di odori, di passi nella notte. Da una parte c’è il pastore salariato, quello che “fa il suo”, che resta finché conviene, che misura tutto con il metro del tornaconto. E quando il pericolo si fa serio… scappa. Perché, in fondo, non ama davvero.

Dall’altra parte c’è Lui: il Buon Pastore. E qui succede qualcosa che rompe ogni logica, ogni calcolo umano, ogni istinto di sopravvivenza: Gesù non fugge. Non si mette in salvo. Non protegge se stesso. Resta. Resta quando sarebbe più facile andarsene. Resta quando tutti gli direbbero di pensare prima a sé. Resta quando il prezzo da pagare è la vita.

E sai perché? Perché per Lui tu non sei un numero. Non sei una presenza tra tante. Non sei “una” pecora. Sei la pecora.

Sì, proprio tu. Con le tue fragilità, con le tue cadute, con quella parte di te che forse nascondi anche a te stesso. Tu sei quello per cui vale la pena restare. Tu sei quello per cui vale la pena rischiare tutto. E allora cambia tutto, capisci?

Non è più un Dio distante, seduto su un trono a osservare. Non è un giudice che aspetta il tuo errore per segnare un punto. Non è nemmeno un consolatore occasionale. È un Pastore che riconosce il tuo passo, che ti cerca anche quando sei tu a non cercarlo più.

“Io conosco le mie pecore”, dice Gesù. E non è una conoscenza fredda, superficiale. È una conoscenza che passa attraverso l’amore, attraverso la condivisione, attraverso una vicinanza così profonda da farsi carne, da farsi ferita, da farsi croce.

È qui che ti accorgi di aver sempre cercato Dio nel posto sbagliato: nelle risposte perfette, nelle situazioni ordinate, nelle vite “a posto”. Mentre Lui è altrove, perché é accanto a te quando ti senti perso. È dentro la tua fatica quando non ce la fai più. È nella crepa, non nella perfezione. Non viene a premiarti perché sei stato bravo, ma viene a prenderti perché sei smarrito.

E allora ti chiedo, con tutta la forza di questo Vangelo: tu, lo riconosci questo Pastore?

Lo riconosci quando resta, mentre tutto ti spinge a fuggire? Lo riconosci quando ti ama proprio lì dove tu fai più fatica ad amarti? Perché il cristianesimo, in fondo, non è uno sforzo per diventare perfetti. È lasciarsi trovare. Lasciarsi prendere sulle spalle. Lasciarsi amare, anche quando pensi di non meritarlo.

E forse è proprio questa la verità che fa più paura… ma anche quella che salva davvero: non devi guadagnarti Dio. Devi solo smettere di scappare. Perché Lui, il Buon Pastore, ha già scelto. E non scapperà mai da te. Mai #Santanotte

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Il Buon Pastore”, di Philippe de Champaigne, 1650, Musée des Beaux-arts, Tours

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