
Quando Gesù rovescia ciò che ti sta svuotando
Gesù non entra nel Tempio per difendere l’orgoglio di Dio, ma per difendere il cuore dell’uomo. Entra per restituire spazio a chi era rimasto fuori, per riaprire la porta ai poveri, ai feriti, agli ultimi, a chi arrivava con le mani vuote e aveva bisogno almeno di trovare Dio.
Il mio (in)solito commento a:
«La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni. Abbiate fede in Dio!» (Marco 11,11-25)
C’è una fame che non riguarda il pane. Gesù entra a Gerusalemme, sale al Tempio, guarda ogni cosa. Non grida. Non agisce d’impulso. Osserva. E, quel suo sguardo, è già una carezza e una ferita, perché Dio vede ciò che noi abbiamo imparato a nascondere perfino a noi stessi. Vede il disordine sotto le nostre abitudini. Vede la stanchezza dietro i sorrisi. Vede la fede che resiste, ma anche quella che si è coperta di polvere. Vede la parte di te che ancora spera e quella che, in silenzio, ha smesso di crederci. Il giorno dopo Gesù ha fame…
Si avvicina a un fico pieno di foglie, bello, verde, promettente. Da lontano sembra vivo. Da vicino, però, non ha frutti. Solo apparenza. Solo scenografia. Solo il trucco di una vitalità che non nutre nessuno. E forse quel fico siamo noi quando sembriamo forti, ma dentro siamo sfiniti; quando diciamo che va tutto bene, ma il cuore chiede aiuto; quando riempiamo le giornate di cose da fare per non ascoltare il vuoto che ci abita; quando mostriamo foglie, ma abbiamo paura che qualcuno si avvicini abbastanza da scoprire l’assenza dei frutti. Non basta sembrare vivi. Bisogna lasciarsi raggiungere dalla Vita.
Poi Gesù entra nel Tempio e trova un mercato. Tavoli, monete, animali, voci, scambi, interessi. Il luogo dell’incontro è diventato luogo del calcolo. La casa della preghiera è diventata casa del rumore. Lo spazio di Dio è stato occupato da ciò che pesa, vende, compra, pretende. E Gesù rovescia i tavoli. È un gesto forte, sì. Ma non è violenza: è liberazione. Non è rabbia cieca: è amore che non sopporta di vederti prigioniero.
Gesù non entra nel Tempio per difendere l’orgoglio di Dio, ma per difendere il cuore dell’uomo. Entra per restituire spazio a chi era rimasto fuori, per riaprire la porta ai poveri, ai feriti, agli ultimi, a chi arrivava con le mani vuote e aveva bisogno almeno di trovare Dio.
E adesso entra tu in questa scena. Non guardare Gesù come se stesse parlando solo ai mercanti di allora, ma lascialo entrare nel tempio della tua anima.
Perché anche dentro di noi, qualche volta, c’è un mercato. Vendiamo la pace in cambio del controllo. Compriamo approvazione a prezzo della verità. Barattiamo il perdono con l’orgoglio. Accumuliamo rancori come monete pesanti. Lasciamo entrare ansia, invidia, paura, giudizio, maldicenza, bisogno di apparire, e a poco a poco il cuore, che doveva essere casa di preghiera, diventa un magazzino pieno di rumore.
Non è Dio che si allontana. Siamo noi che gli restringiamo lo spazio. Eppure Gesù non entra per umiliarti. Entra per liberarti. Non rovescia i tuoi tavoli per farti vergognare, ma per toglierti di dosso ciò che ti sta svuotando. Non mette a soqquadro la tua vita per punirti, ma per rimetterla in ordine là dove tu non riesci più nemmeno a guardare.
Ci sono disordini che ci sembrano casa solo perché ci abitiamo da troppo tempo. Lascia che Gesù li tocchi. Lascia che rovesci ciò che ti ruba il respiro. Lascia che apra finestre dove tu hai costruito muri. Lascia che faccia cadere le bancarelle interiori dietro cui ti nascondi. Perché il Vangelo non accarezza le nostre catene: le spezza.
E poi arriva quella frase, semplice e immensa: «Abbiate fede in Dio». Non fede nella tua capacità di controllare tutto. Non fede nella tua forza, che a volte si spegne. Non fede nella tua immagine, che può crollare al primo vento. Fede in Dio. Fede in Colui che può far rifiorire ciò che sembrava sterile. Fede in Colui che non si spaventa davanti al tuo disordine. Fede in Colui che non entra nella tua vita quando sei pronto, ma proprio quando hai bisogno di essere salvato.
Forse anche tu hai una montagna davanti. Una paura che non si sposta. Una ferita che pesa. Un rimorso che ritorna. Una tristezza che ti segue. Una distanza da Dio che ti sembra ormai troppo grande. Ma ascolta bene: non sei troppo lontano. Non lo sei mai. Se lasci entrare Gesù, la casa torna casa. Il cuore torna altare. Il silenzio torna preghiera. La ferita torna porta. Anche il ramo secco può conoscere una nuova primavera.
Però Gesù aggiunge una cosa scomoda e necessaria: perdona. Quando preghi, se hai qualcosa contro qualcuno, perdona. Perché non puoi chiedere a Dio di abitare il tuo cuore e poi riservare una stanza al rancore. Il perdono non cancella ciò che è accaduto, ma impedisce al male di continuare ad abitarti. Perdonare non significa dire che non ha fatto male. Significa decidere che quel male non sarà il padrone della tua vita.
Allora oggi lascia entrare Gesù. Non tenerlo fuori per paura che veda il disordine. Lui lo vede già. E ti ama lo stesso. Anzi, ti ama proprio lì, nel punto in cui tu fai più fatica ad amarti. Dio non cerca un tempio perfetto. Cerca una porta socchiusa. Aprila. E lascia che l’Amore rimetta in piedi la casa #Santanotte
Alessandro Ginotta

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