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Non scendere dalla croce. Attraversala!

Non scendere dalla croce. Attraversala!

Ci sono pagine del Vangelo che sembrano scritte con il fuoco, e questa è una di quelle. Gesù non usa mezze parole, non ci offre una religione addomesticata, non ci consegna una spiritualità da salotto buono, profumata d’incenso e priva di conseguenze, ma ci mette davanti a una verità nuda, potente, quasi scandalosa: chi vuole seguirlo deve prendere la propria croce

Il mio in(solito) commento a:
Chi non prende la croce non è degno di me. Chi accoglie voi, accoglie me (Matteo 10,37-42)

Pochi avranno il coraggio e la volontà di arrivare fino in fondo a questo messaggio, perché il Vangelo, quando fa sul serio, non accarezza soltanto le nostre ferite, ma entra dentro la carne viva delle nostre fughe, delle nostre paure, delle nostre comode giustificazioni, e ci chiede di scegliere se vogliamo continuare a sopravvivere al riparo oppure cominciare finalmente a vivere in piedi.

E noi, diciamolo, vorremmo un Cristo più morbido. Un Cristo che ci rassicuri senza spostarci di un millimetro. Un Cristo che benedica i nostri equilibri, che non tocchi le nostre abitudini, che non pretenda di entrare nelle zone dove abbiamo nascosto la paura, l’egoismo, la stanchezza, la tentazione sottile di mollare tutto appena la vita diventa salita.

Ma Gesù non è venuto a decorarci l’esistenza. È venuto a salvarla. Prendere la croce non significa amare il dolore, perché Dio non è un collezionista di lacrime e la fede non è una gara a chi soffre di più. Prendere la croce significa smettere di scappare da ciò che ci chiede amore, responsabilità, fedeltà. Significa guardare in faccia la parte più pesante della nostra storia e dire: da qui passo, da qui cresco, da qui Dio può aprire una strada.

La croce non è il legno della sconfitta. È il punto in cui la paura incontra l’amore e perde il trono.

E allora lasciamoci ferire dalla domanda: quante volte abbiamo chiamato “libertà” la nostra fuga? Quante volte abbiamo definito “serenità” il nostro disimpegno, “prudenza” la nostra vigliaccheria, “realismo” il nostro cuore rassegnato? Quante volte abbiamo abbandonato una relazione, una comunità, un servizio, un ideale, non perché fosse finito, ma perché aveva cominciato a costarci qualcosa?

Molto spesso scegliamo la scorciatoia del disimpegno, e quando la vita ci chiede profondità preferiamo galleggiare, quando una ferita domanda cura preferiamo cambiare stanza, quando un ideale ci chiede fedeltà lo trasformiamo in un ricordo elegante da citare ogni tanto, così si sgretolano le famiglie, si svuotano le comunità, si indebolisce la politica, si spegne il volontariato, si impoverisce la fede, mentre il mondo diventa sempre più leggero e, proprio per questo, sempre più fragile.

Abbiamo costruito una società che teme il peso, eppure senza peso non c’è radice, senza radice non c’è albero, senza albero non c’è ombra per chi verrà dopo di noi.

Forse il vero dramma del nostro tempo non è che manchino le croci, ma che manchi il coraggio di portarle insieme. Ci siamo convinti che la felicità coincida con l’assenza di fatica, mentre le cose più vere della vita nascono quasi sempre da una fedeltà che resiste, da una promessa custodita, da un amore che resta anche quando sarebbe più comodo andarsene.

La storia non è stata cambiata dai tiepidi, ma dagli incendiati. Non da chi ha scelto di non disturbare, ma da chi ha avuto il coraggio di dire una parola vera quando tutti preferivano il silenzio. Basta voltare qualche pagina (neppure troppe) dei libri di storia per rendersi conto di quanto si sia deteriorato il mondo che ci circonda.

Dove sono i profeti oggi? Dove sono le voci capaci di svegliarci dal sonno comodo dell’indifferenza? Forse ci sono, ma noi abbiamo imparato a silenziarle troppo in fretta. Li chiamiamo esagerati, ingenui, scomodi, divisivi, perché ci disturbano mentre stiamo facendo pace con il minimo indispensabile. Eppure i profeti di oggi esistono, camminano accanto a noi, spesso senza clamore, spesso senza applausi, spesso con una croce sulle spalle e una luce negli occhi.

Sono i volontari che entrano nelle case ferite e portano presenza dove altri vedono solo problemi. Sono le madri e i padri che educano alla speranza in un tempo che vende paura. Sono i giovani che scelgono il servizio invece del cinismo. Sono i credenti che non usano Dio come anestesia, ma come fuoco. Sono uomini e donne che tengono accesa una lampada quando attorno tutti spiegano, con molta intelligenza, che il buio è inevitabile.

Ecco la speranza: Dio continua a mandare profeti. Non sempre parlano dai pulpiti, non sempre hanno titoli, non sempre vengono riconosciuti, ma sono lì, nei luoghi dove la vita sanguina, e ricordano al mondo che l’amore è ancora possibile, che la giustizia è ancora necessaria, che la fede è ancora una forza capace di cambiare la storia. Per questo Gesù aggiunge: “Chi accoglie voi, accoglie me”. È una frase immensa, quasi vertiginosa. Accogliere un inviato di Dio, un giusto, un piccolo, una voce vera, significa aprire la porta a Cristo stesso. Ogni profeta accolto è una finestra spalancata sul Cielo. Ogni piccolo custodito è Dio che entra in casa. Ogni bicchiere d’acqua dato per amore è una crepa luminosa nel muro dell’indifferenza.

Il male vorrebbe convincerci che tutto è inutile, che la croce è solo peso, che la fedeltà è una follia, che l’impegno è roba da ingenui, ma il male dimentica sempre una cosa: la luce non chiede permesso alle tenebre per cominciare a brillare. Gesù non è sceso dalla croce, e proprio restando lì ha cambiato per sempre il destino dell’uomo. Non ha trasformato il dolore in spettacolo, ma in passaggio. Non ha cancellato la ferita, l’ha resa feritoia. Non ha evitato la notte, l’ha attraversata fino all’alba.

Allora, quando senti la tentazione di scendere dalla tua croce, fermati un istante e chiediti se quella che chiami fuga non sia, in realtà, la porta stretta da attraversare. Perché ci sono pesi che non ti distruggono, ti rivelano. Ci sono fatiche che non ti spengono, ti purificano. Ci sono croci che, portate con Cristo, smettono di essere condanne e diventano cammini di resurrezione.

Non sei nato per galleggiare. Sei nato per attraversare il mare. Non sei chiamato a salvarti da solo. Sei chiamato a camminare con Lui. E forse proprio oggi, proprio dentro quella croce che avresti voluto evitare, Dio sta preparando il primo passo della tua resurrezione. Abbi fede e vivi intensamente ! #Santanotte

Alessandro Ginotta

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