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Le chiavi date a un uomo che trema

Le chiavi date a un uomo che trema

Pietro ci assomiglia terribilmente, ed è proprio questo che lo rende così vicino, così umano, così necessario. Anche noi siamo capaci di parole immense e di paure miserabili, anche noi un giorno ci sentiamo pronti a dare tutto e il giorno dopo ci nascondiamo dietro un silenzio vigliacco, anche noi difendiamo Dio con la spada delle nostre ragioni e poi fatichiamo a lasciarci ferire dalla sua misericordia. Pietro è la nostra fotografia spirituale: impastato di fango e di fuoco, fragile e appassionato, pronto a buttarsi e pronto a tremare, capace di riconoscere il Cielo e, poco dopo, di inciampare nella terra.

il mio (in)solito commento a: Tu sei Pietro, e a te darò le chiavi del regno dei cieli (Matteo 16,13-19)

Sentire la voce di Dio non è semplice, soprattutto oggi che viviamo immersi in un frastuono continuo, con la testa piena di notifiche, il cuore assediato da paure, la mente colonizzata da mille urgenze che sembrano tutte decisive e che, invece, spesso ci rubano proprio l’unica cosa davvero necessaria: il silenzio interiore, quello spazio sacro in cui Dio non urla, non forza, non sfonda la porta, ma sussurra.

Ed è forse per questo che il Vangelo di oggi ci raggiunge come una domanda che non possiamo scansare troppo facilmente: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Gesù non fa un sondaggio d’opinione, non cerca applausi, non misura il gradimento della folla, ma porta i suoi discepoli in un punto preciso, quasi al confine, là dove le maschere diventano più fragili e le risposte di seconda mano non bastano più, perché arriva sempre un momento in cui la fede smette di essere ciò che hai sentito dire da altri e diventa ciò che tu osi dire davanti a Lui.

E allora la domanda si stringe, si fa personale, quasi bruciante: «Ma voi, chi dite che io sia?». Non “che cosa avete imparato”, non “quale dottrina conoscete”, non “quale immagine vi siete fatti”, ma: tu, proprio tu, con le tue ferite ancora aperte, con le tue incoerenze ben nascoste, con i tuoi entusiasmi che partono in quarta e le tue paure che ti fanno arretrare, chi dici che io sia?

A rispondere è Pietro, e già questo dovrebbe consolarci, perché Pietro non è un santo di marmo lucidato, ma è un pescatore di Cafarnao, uno che ha le mani segnate dal lavoro, il carattere acceso, il cuore generoso e la lingua spesso più veloce del pensiero; è l’uomo degli slanci magnifici e delle cadute clamorose, quello che lascia le reti per seguire Gesù e poi, davanti alla tempesta, affonda; quello che promette fedeltà fino alla morte e poi, nella notte più buia, giura di non conoscerlo.

Pietro ci assomiglia terribilmente, ed è proprio questo che lo rende così vicino, così umano, così necessario. Anche noi siamo capaci di parole immense e di paure miserabili, anche noi un giorno ci sentiamo pronti a dare tutto e il giorno dopo ci nascondiamo dietro un silenzio vigliacco, anche noi difendiamo Dio con la spada delle nostre ragioni e poi fatichiamo a lasciarci ferire dalla sua misericordia. Pietro è la nostra fotografia spirituale: impastato di fango e di fuoco, fragile e appassionato, pronto a buttarsi e pronto a tremare, capace di riconoscere il Cielo e, poco dopo, di inciampare nella terra.

Eppure è proprio lui a dire la frase che squarcia il velo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Non è una formula imparata a memoria, non è una risposta da catechismo recitata con voce educata, ma è un lampo che attraversa l’anima, una verità che non nasce dalla carne e dal sangue, cioè dalle capacità umane, dall’intelligenza, dalla cultura, dal prestigio, ma da una rivelazione del Padre.

Ci sono istanti in cui Dio ci attraversa più di quanto noi riusciamo a capirlo, momenti in cui una parola ci esce dal cuore con una forza che non possediamo, una luce si accende dentro di noi senza che l’abbiamo fabbricata, una certezza ci visita mentre tutto intorno continua a fare rumore. Sono attimi in cui il Cielo prende in prestito la nostra voce, e noi, se siamo abbastanza piccoli da non metterci al centro, diventiamo fessure da cui passa l’eterno.

La grande provocazione è questa: quanto spazio lasciamo ancora a Dio per parlarci dentro? Quanto rumore difendiamo perché abbiamo paura del silenzio? Quante volte chiediamo a Dio di risponderci, mentre continuiamo a riempire ogni angolo della nostra vita con parole, schermi, giudizi, distrazioni, ansie e corse senza respiro?

Gesù guarda Pietro, con tutta la sua fragilità ancora intatta, e gli dice: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Attenzione: non gli dice “tu sei perfetto”, e neppure “tu non sbaglierai mai”, ma “tu sei pietra, anche se conoscerai il pianto; tu sarai fondamento, anche se scoprirai la vergogna; tu riceverai le chiavi, anche se un giorno ti sembrerà di aver perso perfino il coraggio di guardarmi negli occhi”.

Questa è la scandalosa fiducia di Dio: consegna le chiavi del Regno a un uomo che trema.

E forse noi vorremmo un Dio più prudente, più selettivo, più meritocratico, un Dio che affidi le sue cose solo ai migliori, ai più coerenti, ai più forti, ai più puri, mentre Gesù sceglie Pietro e, scegliendo Pietro, smonta la nostra idea di grandezza. Perché nel Regno di Dio le chiavi non sono un trofeo da esibire, ma una responsabilità da portare; non servono per chiudere fuori gli altri, ma per aprire varchi di misericordia; non sono il simbolo di un potere mondano, ma il segno di una fiducia che ti supera e ti mette in ginocchio.

Anche tu hai ricevuto delle chiavi. Forse non te ne accorgi, forse continui a considerarti troppo fragile, troppo incoerente, troppo ferito, ma ci sono persone che aspettano proprio da te una porta aperta, una parola vera, un gesto di pace, una speranza credibile. Ci sono cuori che Dio può raggiungere attraverso la tua voce, non perché tu sia impeccabile, ma perché hai conosciuto la debolezza e puoi parlare senza superbia; non perché tu abbia sempre vinto, ma perché sai cosa significa cadere e rialzarti sotto lo sguardo di Cristo.

Pietro rinnegherà, piangerà amaramente, sarà guardato da Gesù nel momento esatto del suo fallimento, e proprio lì, dentro quello sguardo che non condanna ma ricrea, imparerà che la roccia non è la sua forza, ma la fedeltà di Dio che resta anche quando noi vacilliamo.

Allora oggi prova a fare silenzio, anche solo per un istante, e lascia che la domanda di Gesù ti raggiunga senza difese: tu, chi dici che io sia?

Non rispondere con parole prese in prestito. Rispondi con la vita, con il cuore nudo, con la tua storia ancora imperfetta, perché Dio non cerca statue, cerca pietre vive; non cerca uomini senza paura, cerca uomini che, anche tremando, si lascino abitare dallo Spirito.

E se ti senti troppo piccolo per ricevere le chiavi, guarda Pietro. Il Regno comincia spesso proprio lì: nelle mani di chi ha tremato, ma non ha smesso di amare #Santanotte

Alessandro Ginotta

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