
La misericordia non ha dogane
Entra con me in questo Vangelo, ma lascia fuori dalla porta le certezze troppo comode, perché oggi Gesù potrebbe sorprenderti, potrebbe perfino scandalizzarti, e forse scoprirai che le persone che hai considerato lontane da Dio gli sono molto più vicine di quanto immagini
Il mio (in)solito commento a:
“Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe” (Matteo 8,5-17)
La prima scena si svolge a Cafarnao, tra il rumore delle strade e gli sguardi diffidenti della gente, quando davanti a Gesù compare un centurione romano, un uomo che indossa la divisa dell’occupante, che rappresenta il potere, la forza e perfino l’umiliazione di un popolo sottomesso. Non è uno dei “nostri”, non conosce le Scritture come gli abitanti della Galilea e non appartiene alla comunità dei credenti, eppure porta dentro di sé qualcosa che molti religiosi hanno smarrito: un cuore capace di soffrire per un altro. Il suo servo è paralizzato, tormentato dal dolore, e quell’uomo abituato a comandare scopre improvvisamente di non poter ordinare alla sofferenza di andarsene. Puoi avere uomini pronti a obbedirti, porte che si aprono al tuo passaggio e una voce capace di incutere rispetto, eppure basta la sofferenza di qualcuno che ami per farti sentire fragile, disarmato e terribilmente umano.
La vita, prima o poi, ti conduce proprio lì: nel luogo in cui il tuo potere finisce. Ed è spesso da quel confine che comincia Dio.
Il centurione si avvicina a Gesù e non chiede nulla per sé. Porta il dolore di un altro, se ne fa carico, lo mette davanti al Maestro come se fosse il proprio, e già questo dovrebbe scuoterti, perché la fede più autentica non domanda soltanto: «Signore, salvami», ma trova il coraggio di gridare: «Signore, guarda chi soffre accanto a me». Gesù si offre di andare nella sua casa, ma il centurione pronuncia parole che ancora oggi ripetiamo prima di accostarci all’Eucaristia: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito». Non è una frase di circostanza e neppure un’umiliazione servile, ma il salto vertiginoso di chi ha smesso di controllare tutto e sceglie di fidarsi. Le parole pronunciate da un soldato romano duemila anni fa risuonano ogni giorno, più volte al giorno nelle nostre chiese. Non è sorprendente tutto ciò?
Quell’uomo non pretende segni, non domanda garanzie e non obbliga Dio a seguire il percorso che aveva immaginato. Gli basta una parola. E tu, quante prove chiedi ancora a Dio prima di affidarti? Quante volte gli dici di intervenire, ma gli consegni anche le istruzioni, i tempi e perfino il risultato che dovrebbe ottenere? La fede comincia quando smetti di spiegare a Dio come fare Dio.
Gesù si meraviglia. Il Figlio di Dio resta stupito dalla fede di un pagano. Colui che viene considerato straniero comprende più degli abitanti di Israele, l’uomo giudicato lontano vede ciò che i vicini non riescono più a riconoscere. Ed ecco la domanda che brucia: sei disposto ad accettare che chi non frequenta la Chiesa possa credere più profondamente di te? Riesci a immaginare che una persona senza formule religiose, senza rosari esibiti e senza appartenenze dichiarate possa essersi fidata di Dio con una purezza che tu hai perduto?
Forse abbiamo riempito le chiese di parole e lasciato la fede fuori dalla porta. Gesù dice che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe. La sala si riempirà di d53inattesi, di storie imperfette, di persone che noi avevamo già escluso, perché Dio non chiede il passaporto all’ingresso del Regno.
La misericordia non ha dogane. La tavola di Dio non è un premio per i perfetti, è una casa per chi si lascia amare.
Poi il Vangelo cambia scena. Dal clamore della strada entriamo nella casa di Pietro, da un ufficiale romano passiamo a una donna anziana, dalla fede proclamata ad alta voce arriviamo al silenzio di un letto.
La suocera di Pietro è malata, divorata dalla febbre, e non pronuncia una sola parola. Non chiede, non implora e forse non ha neppure la forza di alzare gli occhi. Gesù la vede, si avvicina e le prende la mano. Prima guarisce a distanza con una parola, adesso guarisce da vicino con un tocco. Dio conosce entrambe le lingue: sa parlare alla tua fede e sa accarezzare il tuo silenzio.
Forse anche tu hai attraversato giorni in cui non riuscivi più a pregare, perché il dolore aveva consumato le parole, la delusione aveva spento l’entusiasmo e dentro di te era rimasta soltanto una febbre senza nome. Ti sei sentito in colpa perfino per questo, come se per meritare l’aiuto di Dio dovessi trovare la formula giusta. E invece Gesù entra nella stanza. Vedi? Si avvicina proprio alla parte di te che tieni nascosta, quella che gli altri non vedono, e posa la sua mano sulla tua stanchezza.
Ci sono ferite che non hanno bisogno di spiegazioni, ma di una presenza che non fugga. La donna si alza e si mette a servire. Non perché la guarigione la riconsegni a un dovere, ma perché quando la vita torna a scorrere dentro di te nasce spontaneo il desiderio di condividerla. Chi è stato toccato dalla misericordia non rimane disteso a contemplare il proprio miracolo, ma si rialza e diventa, a sua volta, una mano tesa. Dio non ti guarisce per renderti intoccabile, ma per renderti capace di toccare il dolore degli altri.
Due guarigioni, due mondi lontani: un uomo potente che si inginocchia e una donna fragile che si rialza, uno straniero che sorprende Gesù con la propria fede e una persona di famiglia che viene raggiunta senza aver pronunciato nulla. In mezzo ci sei tu.
A volte sei il centurione, quando hai bisogno di affidare a Dio qualcuno che ami e scopri che non puoi salvarlo con le tue forze. Altre volte sei quella donna stesa sul letto, quando non hai più energia neppure per chiedere aiuto e speri soltanto che qualcuno si accorga di te. In entrambi i casi, Gesù viene. Viene nella parola che attraversa la distanza e nella mano che attraversa la solitudine.
La misericordia di Dio è per tutti, ma diventa vita in chi accetta di lasciarsi raggiungere. Il vero dramma non è sentirsi indegni, perché il centurione si sente indegno e viene ascoltato; il vero dramma è credersi già a posto, così pieni di noi stessi da non avere più spazio per Dio.
Forse alla mensa del Regno troverai sedute persone che avevi giudicato perdute, mentre tu resterai sorpreso sulla soglia, con in mano tutte le tue ragioni. Dio non ti domanderà da dove vieni. Ti domanderà se hai avuto il coraggio di fidarti. E forse il miracolo più grande comincia proprio quando smetti di sentirti padrone di casa e accetti di sederti accanto a chi avevi chiamato straniero #Santanotte
Alessandro Ginotta

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