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Non avere paura della luce

Non avere paura della luce

Non irrigidirti come quegli uomini che, pur avendo il miracolo davanti agli occhi, continuavano ostinatamente a negarlo. Lo vedevano. Era lì. Vivo. Innegabile. Eppure preferivano chiudere gli occhi. Ciechi? No. Peggio. Prigionieri delle proprie convinzioni. Così aggrappati alle loro certezze da arrivare perfino a negare Dio pur di non dover cambiare idea, pur di non incrinare l’immagine che avevano costruito di se stessi.

Ti sembra un atteggiamento d’altri tempi? Magari lo fosse. Purtroppo accade ogni giorno. Accade anche a noi. Ogni volta che difendiamo l’indifendibile, ogni volta che ci arrampichiamo su ragionamenti contorti pur di non pronunciare le due parole più difficili del mondo: mi sono sbagliato.

E allora entra con me dentro questa pagina di Vangelo. Questo e molto altro nel mio

(in)solito commento al Vangelo
“Andò, si lavò e tornò che ci vedeva” (Gv 9,1-41)

Gesù cammina per strada. La folla si muove intorno a Lui come un mare agitato: voci che si sovrappongono, passi che sollevano polvere, sguardi che cercano, mani che si tendono. Eppure, in mezzo a tutto quel movimento, lo sguardo di Gesù si ferma. Si posa su un uomo immobile. Un uomo cieco dalla nascita. Non ha mai visto il volto di sua madre. Non ha mai visto la luce dell’alba che colora il cielo di rosa. Non ha mai visto il verde di un albero mosso dal vento. È nato così. Nel buio. Un buio che non conosce ricordi di luce.

E mentre Gesù lo guarda, i discepoli fanno una domanda che, a prima vista, sembra persino ragionevole. Una domanda che forse, se fossimo stati lì, avremmo fatto anche noi: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?».

Ecco la logica che per secoli ha abitato la mente degli uomini. Una logica semplice. Lineare. Quasi matematica. Rassicurante nella sua brutalità. Se soffri, dev’esserci una colpa. Se ti ammali, devi aver sbagliato qualcosa. Se la vita ti spezza, Dio sta presentando il conto.

In molte culture questa idea è stata accettata senza esitazioni. E se siamo sinceri dobbiamo riconoscere che non è un pensiero così lontano neppure dalla nostra storia più recente. Per molto tempo si è creduto che malattie, deformazioni, incidenti, tragedie fossero una sorta di castigo divino. Una punizione per peccati commessi. Magari addirittura dai nostri genitori.

L’equazione sembrava perfetta: sei malato? Hai peccato!
Ti è capitata una disgrazia? Dio ti punisce.

Ma Gesù rompe questa equazione con una semplicità che disarma. «Né lui ha peccato né i suoi genitori». Basta. Fine della teoria.

In una sola frase Gesù frantuma una delle convinzioni più radicate della storia umana. Non tutto il dolore è colpa. Non tutto il male è punizione. E soprattutto — ascoltami bene — non esiste un Dio che fa pagare ai figli le colpe dei padri come se fosse un contabile inflessibile che tiene i registri dell’universo.

Dio non è un esattore. Il dolore non è una multa.

Eppure, proprio quando pensiamo di aver capito, il Vangelo spalanca davanti a noi una domanda ancora più vertiginosa. Gesù aggiunge: «È perché in lui siano manifestate le opere di Dio». E qui il cuore si ferma un istante. Che cosa significa davvero questa frase? Perché ci si ammala? Perché esiste la sofferenza?

È tutto frutto del caso? È il caos della vita che ci travolge senza logica? Oppure, dietro certi eventi, esiste un disegno che noi non riusciamo a vedere? Sono domande gigantesche. Domande che attraversano tutta la Scrittura come un fiume sotterraneo. Penso a Giobbe. Un uomo giusto. Integro. Fedele. Eppure la sua vita viene travolta: perde i figli, i beni, la salute. E gli amici arrivano con la stessa teoria dei discepoli: se soffri, dev’esserci una colpa.

Ma il libro di Giobbe smonta quella spiegazione pezzo dopo pezzo. Il dolore non è una formula matematica. La sofferenza non è un’equazione morale.

E penso anche alla torre di Siloe di cui parla Gesù (Lc 13,4-5). Diciotto persone muoiono sotto le macerie. E Gesù chiede: pensate forse che fossero più colpevoli degli altri? No. Le tragedie non sono bollettini di punizioni divine. Il dolore non è la firma di un castigo.

E allora perché questo uomo è nato cieco? Il Vangelo non ci offre una spiegazione semplice. E forse è proprio questa la sua grande onestà. Non banalizza il mistero del dolore. Ci dice però una cosa decisiva: anche nel luogo più buio della vita può manifestarsi l’opera di Dio. Anzi — permettimi di dirlo con forza — proprio nei luoghi più bui della vita l’opera di Dio spesso esplode con più potenza.

Non perché Dio desideri la sofferenza.
Ma perché Dio è capace di trasformarla.

Dio non è l’autore del buio.
Ma è la luce che entra nel buio.

E a questo punto accade qualcosa di straordinario. Gesù si china a terra. Fa del fango con la saliva. Lo spalma sugli occhi del cieco. Un gesto quasi scandaloso nella sua semplicità. Poi gli dice: «Va’ a lavarti alla piscina di Siloe». L’uomo va. Si lava. E torna che ci vede.

Prova a immaginare quel momento. La prima luce che gli attraversa gli occhi. Il primo volto che prende forma davanti a lui. Il mondo che improvvisamente esplode di colori dopo una vita intera trascorsa nel buio. È un miracolo enorme!

Eppure, incredibilmente, la parte più sconvolgente del racconto deve ancora arrivare. Perché la gente non ci crede. Lo guardano. Lo interrogano. Lo mettono in discussione. «Non può essere lui». «È solo uno che gli assomiglia». È quasi assurdo.

Come si fa a negare un miracolo quando lo hai davanti agli occhi? Eppure succede. Succede continuamente. Perché a volte la verità è troppo scomoda per essere accolta. I farisei compiono un passo ancora più inquietante. Prima negano il miracolo. Poi interrogano i genitori. Quando sono costretti ad ammettere che quell’uomo era davvero cieco dalla nascita… cambiano strategia.

Se non possiamo negare il fatto, attacchiamo chi l’ha compiuto.

E così iniziano a denigrare Gesù. A metterne in dubbio l’autorità. A insinuare che non venga da Dio.

Non sanno più con chi prendersela. Dimmi la verità: non succede anche a noi?

Quando qualcosa mette in crisi le nostre certezze. Quando la realtà incrina l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Difendiamo quell’immagine con tutte le nostre forze. Anche a costo della verità.
E qualche volta perfino a costo di Dio. Questo Vangelo è pieno di chiaroscuri. Da una parte c’è un uomo che non vede… e alla fine vede. Dall’altra ci sono uomini che vedono benissimo… e restano ciechi.

È la cecità più pericolosa: la cecità del cuore. La cecità di chi è talmente pieno di sé da arrivare perfino a criticare Dio pur di non mettere in discussione la propria idea del mondo.

Ed è qui che questo Vangelo diventa incredibilmente attuale.

Quante volte giustifichiamo i nostri atteggiamenti più meschini con ragionamenti impeccabili?
Quante volte costruiamo argomentazioni sofisticate per nascondere la verità più semplice?
Quante volte preferiamo restare ciechi… pur di non essere smascherati?

Perché, vedi, il miracolo più grande di questo racconto non è che un cieco torni a vedere.

Il vero miracolo è un altro. È quando qualcuno trova il coraggio di lasciarsi aprire gli occhi.
Di lasciare entrare la luce. Di accettare che Dio possa svelare ciò che dentro di noi avevamo accuratamente nascosto. Perché la luce di Dio non serve a umiliare. Serve a liberare.

Ma solo chi accetta di lavarsi — come quell’uomo alla piscina di Siloe — può davvero tornare a vedere. E forse il Vangelo di oggi sussurra proprio questo anche a te, anche a me: non avere paura della luce.

Perché quando Dio ti apre gli occhi…
il mondo non diventa più facile.
Diventa infinitamente più vero.

#Santanotte

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “La guarigione del cieco nato”, di Emmanuel Tzanes, 1686, foglia oro e tempera su tavola, 86x65cm, Istituto Ellenico di Studi Bizantini e Postbizantini, Venezia

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