
La prossima città sei tu
Ci sono sere in cui una casa diventa improvvisamente il centro del mondo. Accade a Cafarnao, quando il sole tramonta e dalle vie cominciano ad arrivare uomini e donne con il loro carico di febbri, ferite, tormenti, speranze rimaste senza voce. Qualcuno cammina a fatica, qualcuno viene sorretto, qualcun altro ha atteso il buio per nascondere la propria vergogna. Tutti cercano Gesù…
Il mio (in)solito commento a:
È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato (Luca 4,38-44)
Prova a entrare anche tu in quella scena. C’è posto davanti a quella porta per la tua stanchezza, per quella paura che dissimuli bene, per il pensiero che torna a morderti appena resti solo. Puoi portare la ferita alla quale non hai ancora saputo dare un nome. Gesù non osserva la folla da lontano: si avvicina a ciascuno e impone le mani. Per Lui la folla conserva sempre i volti. Ogni dolore ha una storia, ogni lacrima un nome, ogni corpo merita la delicatezza di un incontro.
Poco prima si era chinato sulla suocera di Pietro, prigioniera di una febbre violenta. Gesù entra nella stanza, le si fa vicino, rimprovera la febbre e la donna si alza. È un dettaglio bellissimo: appena guarita, comincia a servire. La vita ritrovata sente il desiderio di rimettersi in circolo. La gratitudine diventa gesto, presenza, pane preparato per qualcuno.
Forse è questo uno dei segni più profondi della guarigione: tornare a sentire che abbiamo ancora qualcosa da donare. Ci sono sofferenze che ci chiudono dentro noi stessi, riducono l’orizzonte alla misura della nostra ferita e ci fanno credere di essere diventati inutili. Poi una mano ci raggiunge, una parola riaccende il respiro, qualcuno resta accanto a noi senza fretta e scopriamo che il dolore non ha consumato tutto. Dentro di noi è rimasta una sorgente.
Gesù trascorre la sera ad accogliere, guarire, liberare. All’alba, quando tutti vorrebbero continuare ad averlo vicino, si ritira in un luogo deserto. La gente lo cerca, lo raggiunge e tenta di trattenerlo. È un desiderio comprensibile: quando troviamo qualcuno capace di restituirci la vita, vorremmo chiudere la porta e tenerlo al sicuro, tutto per noi. Anche la gratitudine, però, può diventare una gabbia quando pretende di trattenere chi l’ha suscitata.
Gesù non si lascia possedere. Il bene ricevuto in quella città non diventa un privilegio da difendere. Ci sono altre strade, altri letti sui quali qualcuno attende una visita, altre mani che tremano, altre notti nelle quali la speranza sembra aver smarrito l’indirizzo. «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
Il Vangelo possiede la geografia inquieta dell’amore. Appena raggiunge una casa, comincia già a cercare quella accanto. Appena consola un cuore, apre una strada verso un’altra solitudine. La buona notizia non sopporta di essere rinchiusa nei luoghi in cui ci sentiamo al sicuro, nelle nostre abitudini religiose, nei gruppi in cui tutti parlano la stessa lingua. Dio continua a oltrepassare i confini che tracciamo intorno a Lui.
Le “altre città” sono molto più vicine di quanto immaginiamo. Possono avere il volto del collega che ha smesso di sorridere, della persona anziana che vive sul nostro pianerottolo, del figlio che a tavola risponde a monosillabi, della donna che nasconde i lividi sotto le maniche, dell’uomo che ha perso il lavoro e insieme al lavoro sente di aver perduto la propria dignità. A volte l’altra città è una stanza della nostra stessa casa nella quale da troppo tempo entriamo senza incontrarci davvero.
Annunciare il Regno significa portare fin lì il modo di amare di Gesù: avvicinarsi, riconoscere un volto, posare una mano senza giudicare, restituire a qualcuno la sensazione di essere ancora degno di cura. La buona notizia diventa credibile quando somiglia a una porta aperta al tramonto, quando chi arriva ferito comprende di essere atteso, quando nessuno è costretto a mostrare un certificato di buona condotta per ricevere tenerezza.
Dio è pane che cerca una tavola affamata, acqua che riconosce ogni sete, luce capace di infilarsi persino nelle crepe che teniamo nascoste. Nessuno può mettergli un recinto intorno. Nessuna comunità può reclamarne l’esclusiva. Nessuna vita è tanto lontana da non poter diventare la prossima città del suo viaggio.
E tu, che oggi sei arrivato davanti alla porta di quella casa con la tua febbre segreta, lascia che Gesù si chini su di te. Lascia che tocchi proprio il punto in cui ti senti più fragile. Poi alzati, con i tuoi tempi, e rimetti in circolo la vita che hai ricevuto. Una parola, una telefonata, una visita, una sedia avvicinata a chi è rimasto solo: a volte il Regno di Dio entra nel mondo con gesti che nessuno fotograferà. Gesù è già sulla soglia. Ha ancora polvere da raccogliere sui sandali e un’altra città da raggiungere. Forse quella città sei tu. E forse, dopo averti guarito, la strada di Dio ricomincerà proprio dai tuoi passi #Santanotte
Alessandro Ginotta

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