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Il male sa chi è Dio, ma Dio sa bene chi sei tu

Il male sa chi è Dio, ma Dio sa bene chi sei tu

Bene e male raramente si presentano con il loro vero nome. Il male, oggi, sa usare benissimo lo smartphone: condivide una fotografia per ridicolizzare, inoltra una cattiveria, aggiunge una faccina sorridente a una frase che umilia. Sa scrivere e-mail impeccabili, appropriarsi dell’idea di un collega, trasformare il silenzio in una punizione. Riduce un povero a una categoria, un anziano a un peso, un migrante a un problema, una persona al suo errore.

Il mio (in)solito commento a:
«Io so chi tu sei: il Santo di Dio!» (Luca 4,31-37)

Il male sa stare composto. Si siede tra gli altri, conosce le parole giuste, aspetta il momento opportuno. Quel mattino, nella sinagoga di Cafarnao, nessuno sembra accorgersi dell’uomo prigioniero di uno spirito impuro. Poi Gesù comincia a parlare e qualcosa dentro di lui non riesce più a nascondersi: «Io so chi tu sei: il Santo di Dio!».

È sorprendente: il male riconosce Gesù, conosce perfettamente la sua identità. Si può sapere tutto di Dio e non avergli mai aperto il cuore. Si può frequentare il sacro, citare il Vangelo e continuare a ferire. Persino il demonio conosce il nome di Cristo; ciò che non riuscirà mai a comprendere è l’amore.

Il male non sfonda sempre la porta. Spesso chiede soltanto di diventare un’abitudine.

Anche il bene abita la vita quotidiana. Vive in chi interrompe una conversazione crudele, in chi chiede scusa senza cercare attenuanti, in chi si accorge del collega che pranza sempre solo. È bene l’insegnante che riconosce una paura dietro l’aggressività, il medico che prima della diagnosi abbraccia con lo sguardo, il volontario che consegna un aiuto salvando la dignità di chi lo riceve.

Il bene compie sempre lo stesso miracolo: restituisce alle persone il loro nome.

Questa lotta attraversa le nostre case, le chat, gli uffici, le corsie degli ospedali, le riunioni e persino il modo in cui raccontiamo qualcuno quando non è presente. Ogni giorno decidiamo a quale voce prestare la bocca, le mani, il tempo.

Perché Dio permette il male? Molto dolore nasce dalla libertà usata contro l’amore: dalle guerre decise da pochi e pagate da molti, dall’avidità, dalla violenza, dall’indifferenza. Esistono anche sofferenze che nessuno ha scelto, ferite davanti alle quali una spiegazione troppo semplice diventerebbe un’altra ferita. Il Vangelo non risolve il mistero del male. Ci mostra da che parte sta Dio.

Gesù si pone tra l’uomo e ciò che lo tiene prigioniero. Non gli domanda come abbia fatto a ridursi così, non lo identifica con la sua oscurità. Dice: «Taci! Esci da lui!». Fa tacere il male e restituisce la voce all’uomo. Noi, troppe volte, facciamo il contrario: mettiamo a tacere chi soffre e consegniamo un megafono alla violenza.

«Esci da lui» significa che nessuno coincide con la propria caduta. Tu resti più grande del tuo errore, della dipendenza che ti consuma, della rabbia che non sai governare, della ferita che ti ha cambiato. Il male prova a convincerti che sei ormai ciò che hai sbagliato. Dio guarda sotto le macerie e continua a vederti intero.

A volte Gesù ci libera attraverso una preghiera sussurrata nella notte, una pagina del Vangelo aperta quasi per istinto, una candela accesa quando le parole non arrivano. Altre volte viene attraverso un amico, un medico, una persona capace di ascoltare, il coraggio di chiedere aiuto o di allontanarsi da ciò che continua a ferirci. Dio possiede un’infinita fantasia per raggiungerci.

Ogni gesto d’amore è un piccolo esorcismo quotidiano. Ogni volta che proteggi un debole, rifiuti di diffondere una cattiveria, perdoni senza giustificare il male o pronunci la verità senza trasformarla in un’arma, strappi un centimetro di terra all’oscurità. «Sei venuto a rovinarci?», grida lo spirito impuro. Sì, Gesù è venuto a mandare in rovina tutto ciò che rovina i suoi figli. Per questo il male urla: ha capito che il suo tempo sta finendo.

Il male può conoscere il nome di Dio, ma non riuscirà mai a cancellare il nome con cui Dio chiama te: figlio amato. E finché quella voce continuerà a pronunciarlo, nessuna notte potrà convincerti di appartenerle #Santanotte

Alessandro Ginotta

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