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Dio non abita nei sepolcri

Dio non abita nei sepolcri

Esiste la vita dopo la morte? Risorgerai? Cosa si prova in quel momento di passaggio? E dopo? Come continuerà la tua esistenza?

Il mio (in)solito commento a: un
«Non è Dio dei morti, ma dei viventi!» (Marco 12,18-27)

I sadducei si avvicinano a Gesù con il sorriso sottile di chi crede di avere già vinto. Non cercano luce. Cercano una crepa. Non vogliono ascoltare. Vogliono incastrare. Gli presentano una storia assurda, costruita come una trappola: una donna che sposa sette fratelli, uno dopo l’altro, perché ciascuno muore senza lasciare figli. Poi la domanda, fredda, tagliente, apparentemente intelligente: nella risurrezione, di chi sarà moglie?

Ma Gesù vede oltre. Sempre.

Vede la domanda, certo. Ma vede soprattutto il vuoto che quella domanda nasconde. Perché i sadducei non credono nella risurrezione. Credono in Dio, sì, ma in un Dio tenuto a distanza, chiuso dentro i confini del ragionamento, addomesticato dalle loro sicurezze. Un Dio che può stare nei libri, nei riti, nelle discussioni, ma non può spalancare una tomba. Non può sorprendere. Non può vincere la morte.

Che tristezza, un Dio così. Un Dio lasciato fuori proprio quando la vita fa più male.

E allora questa pagina non parla soltanto dei sadducei. Parla di te. Parla di me. Parla di tutte le volte in cui diciamo di credere, ma poi viviamo come se Dio non potesse davvero intervenire. Come se il suo amore fosse una bella idea, ma non una forza capace di rimettere in piedi ciò che dentro di noi è caduto.

Perché anche tu, forse, hai i tuoi sepolcri.

Non quelli di pietra, visibili, ordinati nei cimiteri. No. Quelli nascosti. Quelli che nessuno vede quando sorridi. Una speranza che hai smesso di difendere. Un sogno che hai chiuso in fondo a un cassetto. Una ferita che continui a chiamare “passato”, ma che sanguina ancora. Un amore che ti manca. Una persona che non c’è più. Una parte di te che, dopo una delusione, hai deciso di non far respirare.

E magari, senza accorgertene, hai scritto anche tu una parola terribile su qualcosa della tua vita: “fine”.

Fine della fiducia. Fine della gioia. Fine della possibilità di ricominciare. Fine della preghiera. Fine di me.

Ma il Vangelo oggi arriva proprio lì. Non nella parte ordinata della tua anima. Non dove hai già sistemato tutto. Non dove sai cosa dire e come apparire. Gesù entra nella stanza più fragile, quella che tieni chiusa a chiave, e ti sussurra una verità che può spaccare la notte:

Dio non firma le tue condanne. Dio apre varchi.

I sadducei pensano all’eternità come a una prosecuzione complicata delle logiche terrene. Come se il cielo fosse soltanto la terra allungata all’infinito. Come se anche davanti a Dio dovessimo portarci dietro le nostre paure, i nostri possessi, i nostri schemi, i nostri calcoli.

Ma Gesù rompe la gabbia. Non corregge soltanto un errore teologico: spalanca un orizzonte. Dice che la vita eterna non è una copia sbiadita di questa vita. È pienezza. È compimento. È amore finalmente libero da tutto ciò che qui lo ferisce, lo appesantisce, lo restringe.

In Dio non perdi ciò che hai amato davvero. Lo ritrovi trasfigurato.

E questa è una notizia immensa, soprattutto quando il cuore trema. Perché la morte fa paura. La perdita fa paura. Il distacco lacera. Ci sono assenze che cambiano il suono delle stanze, che rendono più pesante il silenzio, che ti fanno cercare un volto anche dove sai che non potrai trovarlo. Ma Gesù oggi ti dice che l’amore non finisce nella terra. Non viene sepolto con un corpo. Non si spegne con l’ultimo respiro.

Ciò che è stato amato in Dio resta vivo in Dio.

E allora ascolta bene questa frase, lasciala scendere nel punto più stanco del tuo cuore: «Non è Dio dei morti, ma dei viventi!»

Non è solo una definizione. È una promessa.

Dio è il Dio di ciò che respira ancora anche quando tu non riesci più a sentirlo. È il Dio delle radici invisibili sotto l’inverno. È il Dio della brace sotto la cenere. È il Dio del germoglio quando tutto sembra terra spaccata. È il Dio che guarda la tua vita ferita e non dice: “È finita”. Dice: “Da qui posso ricominciare”.

Tu non sei fatto per spegnerti. Non sei una parentesi fragile tra due silenzi. Non sei soltanto ciò che perdi, ciò che sbagli, ciò che gli altri non hanno capito di te.

Tu sei una creatura amata. Sei una scintilla di Dio caduta nel tempo, ma chiamata alla luce eterna. Sei impastato di terra, sì, ma attraversato dal cielo. E dentro di te c’è una nostalgia che nessuna cosa basta a colmare: nostalgia di infinito, di casa, di abbraccio, di un amore che non si rompa più.

Quella nostalgia non è debolezza. È il segno che sei vivo.

Per questo non puoi continuare a vivere come se la morte avesse già vinto. Non puoi lasciare che la paura decida per te. Non puoi abitare per sempre accanto ai sepolcri delle tue delusioni. Non restare immobile davanti a ciò che hai perduto: lascia che Gesù entri, pronunci il tuo nome, tocchi la pietra e la faccia rotolare via.

Perché Dio non è venuto a conservare ceneri. È venuto ad accendere fuochi. Non è venuto a contemplare le macerie. È venuto a farne fondamenta. Non è venuto a spiegarti il dolore da lontano. È venuto ad attraversarlo con te.

Questo è il cuore del Vangelo: la tua vita non è chiusa dentro ciò che finisce. Il tuo dolore non è l’ultima parola. Il tuo peccato non è più forte della misericordia. La tua stanchezza non è più grande della grazia. La tua notte non è più potente dell’alba che Dio sta preparando.

Magari oggi non riesci a crederci fino in fondo. Magari hai solo un filo di fede, fragile come una candela nel vento. Portagli quello. Non serve fingere forza. Non serve presentarsi perfetti. Dio non pretende cuori impeccabili: cerca cuori aperti.

E anche una piccola scintilla, se consegnata a Lui, può diventare incendio.

Allora alzati. Respira. Torna a fidarti. Non lasciare che i sadducei del cuore — quelli che ti dicono che tutto finisce qui, che non cambierà nulla, che non c’è più speranza — abbiano l’ultima parola.

L’ultima parola è di Dio. E la parola di Dio è vita.

Dio non abita nei sepolcri. Non si ferma davanti alle pietre. Non arretra davanti alla morte. Entra proprio dove tu hai paura di guardare e fa fiorire ciò che sembrava perduto.

Tu non sei fatto per la tomba. Sei fatto per la luce. Sei fatto per vivere. Perché il tuo Dio non è il Dio dei morti. È il Dio dei viventi. E oggi viene a ricordarti che tra quei viventi ci sei anche tu #Santanotte

Alessandro Ginotta

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