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La famiglia che allarga il cuore

La famiglia che allarga il cuore

Ecco un Gesù che ci mette in crisi. Ma che, a ben guardare, non spezza i legami: li rende infiniti.

Il mio in(solito) commento a:

«Tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli!”»
(Matteo 12,46-50)

Gesù ci sconcerta, perché mentre sua madre e i suoi parenti lo attendono fuori, lui indica i discepoli e pronuncia parole che sembrano quasi ferire: «Ecco mia madre e i miei fratelli!». Sembra — e questo sembra va sottolineato — che voglia ridimensionare la famiglia, come se seguire Dio significasse allontanarsi dagli affetti più profondi. E invece Gesù non restringe la famiglia: la spalanca.

Non esclude sua madre, che per prima ha accolto e compiuto la volontà del Padre, ma ci rivela qualcosa di vertiginoso: io e te possiamo diventare suoi fratelli, sue sorelle, perfino sua madre. Non per il sangue che abbiamo nelle vene, ma per l’amore che scegliamo di vivere. Gesù non toglie, moltiplica. Non viene a impoverire i nostri affetti, ma a liberarli dalla paura, dal possesso e dal bisogno di trattenere.

Lo aveva già detto a Pietro: chi lascia qualcosa per amore suo riceverà cento volte tanto. Dio non entra nella nostra vita per rapinarci, ma per aprire porte che non sapevamo nemmeno esistessero.

È ciò che Abramo comprese sul monte Moria, quando accettò di consegnare Isacco a Dio. Il figlio non gli venne tolto, ma restituito come promessa, perché l’amore autentico custodisce senza imprigionare e sa consegnare senza smettere di amare.

Ed ecco che la mano di Gesù, oggi, si tende verso di te.

Verso di te, con le tue fragilità, le tue paure e quella parte del cuore che preferisce restare comoda, protetta, lontana dalle ferite degli altri. «Vieni», ti dice. «C’è una famiglia immensa che ancora non conosci».

Fuori ci sono persone che aspettano una parola capace di rialzarle, anziani che desiderano essere ascoltati, giovani che hanno smesso di credere nel futuro. Non servono imprese eroiche, ma occhi che sappiano vedere e mani disposte a muoversi.

Perché il mondo cambia quando smettiamo di chiederci chi dovrebbe fare qualcosa e cominciamo a domandarci: perché non io?

Forse continuiamo a cercare il significato della nostra vita in luoghi lontani, mentre Dio lo ha nascosto nel volto di chi ci passa accanto. Forse chiediamo una grande missione e lui ci affida una solitudine da visitare, una ferita da accogliere, una persona da chiamare per nome. Il senso della vita non si trova restando fermi a pensarci. Nasce quando l’amore diventa movimento.

Quando asciughi una lacrima, ascolti senza giudicare o restituisci dignità a chi è stato umiliato, lo sconosciuto smette di essere estraneo e diventa fratello. È questa la rivoluzione del Vangelo: trasformare una folla in una famiglia.

Pier Giorgio Frassati diceva: «Vivete, non vivacchiate». E vivere significa uscire dal perimetro delle nostre comodità, perché la fede non è una poltrona sulla quale aspettare il paradiso, ma una strada sulla quale cominciare a costruirlo.

La mano di Cristo è ancora tesa e indica me e te. Possiamo restare fuori, aggrappati al nostro piccolo mondo, oppure entrare e scoprire che il nostro cuore è stato creato per contenere l’umanità intera. E quando avremo il coraggio di riconoscere un fratello in chi il mondo chiama estraneo, Gesù tenderà la mano verso di noi e dirà: «Ecco la mia famiglia». Perché alla fine Dio non ci chiederà quanto abbiamo protetto il nostro piccolo angolo di mondo, ma quanto mondo siamo riusciti ad accogliere nel cuore.

Perché il Vangelo comincia quando l’altro smette di essere “gli altri” #Santanotte

Alessandro Ginotta

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