
Il segno di Giona sei tu
C’è qualcosa, in questa pagina del Vangelo, che mi mette ogni volta un leggero disagio addosso, come quando qualcuno ti guarda negli occhi e ti legge dentro con una sincerità che non puoi evitare. La folla attorno a Gesù si fa sempre più numerosa, le persone si accalcano, mormorano, chiedono, pretendono. Vogliono un segno. Un prodigio evidente. Qualcosa che li convinca senza dover cambiare davvero
Il mio in(solito) commento a:
A questa generazione non sarà dato che il segno di Giona (Luca 11,29-32)
E Lui, con una calma che spiazza e una fermezza che non ammette repliche, pronuncia parole che sono insieme un rimprovero e una promessa: «A questa generazione non sarà dato che il segno di Giona».
Solo Giona.
Non un miracolo spettacolare nel cielo. Non un gesto eclatante per zittire i dubbi. Solo la storia di un uomo fragile, che ha avuto paura di ciò che Dio gli chiedeva e ha provato a sottrarsi.
E allora permettimi di raccontartelo ancora, ma stavolta con lentezza, come si raccontano le storie che parlano di noi più di quanto vorremmo ammettere. Giona è un uomo qualunque, con una vita tutto sommato ordinaria, finché una parola non irrompe nella sua quotidianità e lo chiama fuori, lo spinge verso una terra lontana, verso una missione che non sente sua, verso un compito che gli sembra sproporzionato rispetto alle sue forze.
E lui cosa fa? Fa quello che facciamo spesso anche noi quando la vita ci chiede troppo: prende la direzione opposta.
Non si ribella con violenza, non discute teologicamente, non alza la voce. Semplicemente scappa. Sale su una nave, si confonde tra la gente, spera che cambiando orizzonte possa cambiare destino. È un gesto così umano che quasi non riusciamo a giudicarlo. Anzi, ci riconosciamo.
Perché quante volte anche tu hai fatto la stessa cosa? Quando un perdono era difficile da concedere. Quando una scelta onesta era più costosa di un compromesso. Quando una responsabilità ti faceva tremare le gambe. Non sempre si fugge correndo. A volte si fugge rimandando. Distrandosi. Occupandosi di altro.
Poi però il mare si agita.
Le tempeste arrivano, non come punizioni divine, ma come verità che bussano alla porta. La nave scricchiola, le certezze vacillano, e Giona si ritrova a fare i conti con ciò che aveva cercato di evitare. E quando viene gettato tra le onde, quando sembra che tutto sia perduto, accade l’impensabile: un grande pesce lo inghiotte.
Che immagine potente. Non una tomba, ma un grembo oscuro. Non una fine, ma una sospensione.
Tre giorni e tre notti nel ventre del pesce. Tre giorni di silenzio, di preghiera, di resa. Tre giorni in cui non può più fingere, non può più scappare, non può più raccontarsi scuse eleganti. È lì, solo con Dio e con sé stesso. E lentamente capisce che la fuga non lo aveva reso libero, ma solo più inquieto.
Quando viene restituito alla riva, Giona è cambiato. Non è diventato perfetto, non è diventato improvvisamente eroico. È semplicemente diventato disponibile. E attraversa Ninive con una parola essenziale, quasi scarna. E accade il miracolo più grande: un popolo intero si lascia toccare, si lascia convertire, si lascia cambiare.
Ed è qui che Gesù ci provoca davvero. Perché dice che l’unico segno sarà quello di Giona, e in quelle parole c’è già il mistero della sua Pasqua: anche Lui scenderà nel buio, anche Lui attraverserà il silenzio della morte, anche Lui resterà tre giorni nel grembo della terra. E poi risorgerà.
Il segno non è lo spettacolo. È il passaggio attraverso la notte. Il segno non è l’effetto speciale. È la trasformazione del cuore.
Forse anche tu stai aspettando qualcosa di clamoroso per cambiare direzione, una prova evidente che ti convinca una volta per tutte, un miracolo che ti tolga ogni dubbio. Ma il Vangelo oggi ti sussurra che il segno è già davanti a te: è ogni volta che tocchi il fondo e scopri di non essere solo; è ogni volta che smetti di fuggire e trovi il coraggio di restare; è ogni volta che dal tuo buio può nascere una luce nuova.
E allora lasciami dire una cosa con dolcezza, ma con verità: non serve un cielo che si apra. Serve un cuore che si apra. Il segno di Giona è il segno di chi cade e si rialza, di chi ha paura ma cammina lo stesso, di chi attraversa la propria ombra e scopre che Dio non era dall’altra parte ad accusarlo, ma accanto a lui a sostenerlo.
Forse la vera domanda non è se Dio ci darà un segno. La vera domanda è se noi siamo disposti a riconoscerlo.
Perché il miracolo più grande non è vedere qualcosa di straordinario fuori da noi.
È permettere a Dio di compiere qualcosa di straordinario dentro di noi.
E quando questo accade, credimi, la tua storia — con tutte le sue tempeste, le sue fughe e i suoi ritorni — diventa il segno più luminoso che il mondo possa leggere #Santanotte
Alessandro Ginotta

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