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Il Dio che accende la festa

Il Dio che accende la festa

La chiamano comfort zone, ma spesso è soltanto una stanza senza finestre, un piccolo recinto dorato in cui impariamo a respirare poco, a desiderare meno, a confondere la sopravvivenza con la pace. E invece il Vangelo oggi viene a spalancare le porte, a tirare via le tende, a rovesciare l’aria vecchia dei nostri compromessi interiori, perché Gesù non è venuto a rendere più sopportabile la gabbia, ma a ricordarti che sei nato per camminare nel vento

Il mio (in)solito commento a:
«Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?»
(Matteo 9,14-17)

Dio è un inguaribile sognatore. Lo è davvero. Vede vita anche dove tutto sembra secco, stanco, consumato, vede futuro dove noi ci fermiamo a contare le macerie, e continua ad avere una fiducia quasi scandalosa nella forza di quel seme che ha piantato, con amore, nel cuore di ciascuno di noi. Anche nel tuo.

Anche tu, sì, proprio tu che forse in questi giorni ti senti spento, appesantito, quasi fuori posto dentro la tua stessa vita, smetti di chiedere permesso alla paura e ricomincia a sognare sul serio, perché c’è una scintilla profetica che ti abita, una brace nascosta sotto la cenere delle delusioni, una luce che ha attraversato notti, cadute, parole dure, silenzi che hanno fatto male, eppure è ancora lì, piccola forse, fragile forse, ma viva.

Non trattarla come un dettaglio. Non chiamarla illusione. Non seppellirla sotto la prudenza di chi ha smesso di sperare e la chiama maturità. Quella scintilla non ti è stata affidata per decorare la tua esistenza, ma per incendiarla di senso, per ricordarti che sei più grande delle ferite che porti, più profondo delle paure che ti attraversano, più luminoso delle etichette che qualcuno ti ha incollato addosso.

Ecco la notizia più scomoda e più bella: Dio crede ancora in te. Anche quando tu hai smesso. Anche quando ti sei giudicato senza appello. Anche quando hai consegnato i tuoi sogni all’archivio delle cose impossibili. Dove tu dici “è tardi”, Lui prepara un’alba; dove tu vedi soltanto terra bruciata, Lui intravede un giardino; dove tu senti il peso della fine, Lui ascolta già il fruscio di un inizio.

Noi, però, quante volte facciamo il contrario? Quante volte diventiamo custodi del lutto invece che testimoni della festa? Quante volte, con parole apparentemente sagge, con consigli travestiti da prudenza, con sorrisi che sembrano proteggere e invece soffocano, spegniamo l’entusiasmo di chi sta provando a rinascere, di chi tiene fra le mani un sogno ancora tenero, di chi ha appena trovato il coraggio di credere che la vita possa essere più grande delle sue ferite?

Nel Vangelo di oggi i discepoli di Giovanni pongono una domanda religiosa, ordinata, quasi impeccabile: perché noi digiuniamo e i tuoi discepoli no? E Gesù risponde portando tutto su un piano più alto, più profondo, più incendiario: possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?

È una frase che dovrebbe scuoterci. Dovrebbe far tremare le nostre devozioni tristi, le nostre spiritualità appesantite, le nostre facce da funerale indossate in nome di Dio. Perché la fede non nasce come una condanna al grigiore, ma come una festa che esplode quando l’Amore entra nella stanza. Gesù non disprezza il digiuno, non cancella la disciplina, non banalizza la fatica spirituale, ma rimette ogni cosa al suo posto, perché quando lo Sposo è presente, quando Dio cammina accanto a te, quando il cielo ti sfiora la pelle, la tristezza smette di sembrare virtù e rivela il suo inganno.

Attento, perché questa tentazione è sottile: scambiare la pesantezza per profondità, la rigidità per fedeltà, il volto spento per serietà spirituale. Ma il Vangelo è vino nuovo, e il vino nuovo fermenta, spinge, dilata, rompe gli equilibri morti, manda in crisi le forme troppo strette, perché l’Amore di Dio non entra nei contenitori della paura.

Tu sei fatto per contenere vino nuovo, non per custodire aceto vecchio. Sei fatto per lasciarti dilatare dalla Parola, per diventare spazio abitabile alla gioia, per mostrare che incontrare Cristo non significa spegnere l’umanità, ma accenderla fino in fondo. La gioia cristiana non è euforia superficiale, non è il sorriso finto di chi finge che vada tutto bene, ma è la certezza profonda che, anche dentro la notte, lo Sposo non ha abbandonato la festa.

E allora lascia che questa domanda ti raggiunga dove sei, senza difese, senza maschere, senza scorciatoie: da che parte stai? Dalla parte di chi custodisce il vino nuovo o di chi misura la fede con il metro della tristezza? Dalla parte di chi apre varchi o di chi rattoppa il futuro con pezze vecchie, sperando che nulla cambi davvero?

Ci saranno sempre nuovi farisei spaventati dall’Amore, persone così affezionate alle loro sicurezze da confondere ogni novità con una minaccia, e anche loro, sì, anche loro vanno guardati con misericordia, perché dietro certe rigidità spesso si nasconde una fragilità che non ha ancora trovato il coraggio di farsi abbracciare.

Tu, però, non spegnerti per rassicurarli. Non rimpicciolire il tuo fuoco per non disturbare chi preferisce il buio. Non chiedere scusa per la speranza che ti brucia dentro. Custodisci il vino nuovo che Gesù ti ha affidato, lascialo respirare, fallo traboccare nei gesti, nelle parole, nella cura, nella tenerezza che rimette in piedi chi si sente perduto.

Perché Dio sogna ancora, e il suo sogno passa anche da te. Sogna con il cuore acceso, con le mani aperte, con l’anima in piedi #Santanotte

Alessandro Ginotta


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