
Dio non conta le spighe
Forse anche tu, oggi, sei arrivato fin qui con una fame che nessuno ha notato. Hai risposto ai messaggi, rispettato gli impegni, accompagnato i figli, ascoltato i problemi degli altri, sorriso quando avresti voluto soltanto appoggiare la testa da qualche parte e smettere per un istante di essere forte. Da fuori sembri perfettamente in ordine. Dentro, però, stai cercando una spiga.
Il mio (in)solito commento a:
«Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?» (Luca 6,1-5)
Gesù attraversa un campo di grano insieme ai suoi discepoli. Il sole accompagna il cammino, le spighe sfiorano le vesti, la polvere si solleva sotto i sandali. Quegli uomini hanno fame e compiono un gesto istintivo: raccolgono qualche chicco, lo sfregano tra le mani e lo mangiano. È una scena piccola, quasi insignificante. Il Vangelo, però, sa trovare Dio proprio nei gesti che noi trascuriamo: una mano che cerca qualcosa da mangiare, un corpo stanco, un bisogno elementare, la dignità silenziosa di chi prova a resistere.
I farisei sono lì. Guardano le stesse mani, vedono lo stesso grano, ascoltano lo stesso fruscio. Eppure non si accorgono della fame. Hanno gli occhi talmente occupati a sorvegliare la regola da non riuscire più a incontrare l’uomo. «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?».
In quella domanda c’è una durezza che conosciamo bene. È la voce di chi giudica una scelta senza conoscere le notti che l’hanno preceduta, di chi misura una vita partendo da un singolo errore, di chi osserva una lacrima e trova persino il modo di stabilire se sia opportuna.
Capita anche nelle nostre giornate. Siamo diventati bravissimi a valutare i comportamenti e sorprendentemente distratti davanti alle ferite. Anche noi, qualche volta, attraversiamo la vita con un piccolo tribunale acceso dentro la testa. Classifichiamo, confrontiamo, emettiamo sentenze. Decidiamo come gli altri dovrebbero reagire a un lutto, quanto tempo dovrebbe durare una crisi, quale sia il modo corretto di affrontare una separazione, una malattia, una paura. Molte volte la durezza si presenta vestita da correttezza, parla con tono educato e porta persino Dio come testimone.
Gesù interrompe questo processo. Ricorda Davide che, affamato insieme ai suoi compagni, mangiò i pani riservati ai sacerdoti. Ci riconduce così al cuore della Legge, perché una norma può essere pronunciata in modo impeccabile e diventare terribile quando smette di ascoltare il respiro delle persone. Il sabato era nato come un dono. Dio lo aveva deposto nella settimana dell’uomo per liberarlo dall’illusione di dover produrre sempre, meritare sempre, dimostrare sempre qualcosa. Era uno spazio di respiro, una fessura di cielo aperta tra le fatiche della terra. Persino il servo, lo straniero e gli animali avevano diritto al riposo. Nessuno avrebbe dovuto essere schiavo per sette giorni di seguito.
Con il tempo, quel dono venne ricoperto da prescrizioni minuziose, fino a rendere sospetto persino il gesto di un affamato. Gesù restituisce il sabato alla sua tenerezza originaria e ci ricorda che Dio non ci consegna comandamenti per rendere più pesante la nostra stanchezza. La sua Parola è una casa in cui l’uomo possa tornare a respirare. «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».
Gesù può dirlo perché conosce il cuore del Padre. Sa che Dio non si sente onorato quando una regola viene salvata e una persona viene lasciata sola. Il culto che gli è gradito profuma di pane condiviso, ha il suono di una sedia avvicinata a chi si sente escluso, possiede il calore di una telefonata fatta proprio quando non avremmo tempo.
Questo Vangelo ci raggiunge nelle case in cui si fanno i conti prima di andare al supermercato, negli ospedali dove le ore sembrano immobili, negli uffici dove qualcuno nasconde un attacco d’ansia dietro lo schermo del computer. Entra nelle nostre parrocchie, nelle associazioni, nelle famiglie e domanda con dolce fermezza: riuscite ancora a vedere la fame?
La fame di chi avrebbe bisogno di essere ascoltato senza ricevere subito una soluzione. La fame di chi desidera una seconda possibilità. Ci sono persone che non domandano pane: diventano nervose, si isolano, rispondono male, spariscono. La fame dell’anima possiede strani alfabeti. L’amore impara a leggerli prima di condannare la grammatica.
E poi ci sei tu, con la tua stanchezza. Forse dentro di te abita un fariseo severo che ti ripete che dovresti fare di più, pregare meglio, essere più paziente, smettere di avere paura. Ti rimprovera persino quando ti fermi e trasforma ogni fragilità in una colpa.
Gesù oggi entra anche in quel campo. Si avvicina alla parte di te che cerca disperatamente una spiga e le restituisce il diritto di avere fame. Dio non ti aspetta al traguardo della tua perfezione. Ti raggiunge lungo il sentiero, quando hai il passo incerto e le mani vuote. Conosce il peso che non racconti, le parole che ingoi per non preoccupare nessuno, le sere in cui arrivi a casa e senti di non avere più nulla da offrire.
Lasciati guardare da Lui. Con Gesù non devi giustificare ogni ferita. Puoi riposare, chiedere aiuto, riconoscere il tuo limite. Anche la fragilità, quando viene accolta, può diventare una porta attraverso la quale entra la grazia.
E domani, quando incontrerai qualcuno in difficoltà, resisti alla tentazione di chiedergli subito che cosa abbia sbagliato. Prova a domandarti quale fame stia nascondendo. Forse avrà bisogno di una parola, di tempo, di una presenza che non lo faccia sentire un problema da risolvere. Il Signore del sabato attraversa ancora i nostri campi e ci insegna la misura del Cielo: quando incontri una fame, non aprire un tribunale. Spezza una spiga. Siediti accanto a quella persona. E lascia che Dio, quel giorno, abbia le tue mani #Santanotte
Alessandro Ginotta

Sostieni labuonaparola.it
La tua donazione mi aiuterà a continuare a creare contenuti di qualità:
Ogni contributo, grande o piccolo, fa la differenza. Grazie per il tuo sostegno!
Lasciati raggiungere dai miei (in)soliti commenti sulla tua e-mail
Iscriviti alla newsletter: è gratis e potrai cancellarti in ogni momento!


