
La fame che apparecchia la festa
Ci sono assenze che fanno più rumore di una porta sbattuta. Ti alzi, compi i gesti di sempre, rispondi ai messaggi, sorridi quando serve, eppure dentro di te rimane una sedia vuota. Qualcuno manca. A volte è una persona che hai amato, altre volte sei tu a mancare a te stesso. E ci sono giorni in cui ti manca persino Dio
Il mio (in)solito commento a:
“Quando lo sposo sarà loro tolto, allora in quei giorni digiuneranno” (Luca 5,33-39)
Gesù oggi entra proprio lì, nel punto in cui la tua anima sente fame. Gli domandano perché i suoi discepoli non digiunino come fanno gli altri. Si aspettano una regola, una spiegazione religiosa, forse una difesa. Gesù risponde parlando di uno sposo e trasforma improvvisamente quella discussione in una storia d’amore: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro?».
Dio si presenta come Colui che desidera condividere la vita con te. Vuole sedersi alla tua tavola, abitare le tue ore, entrare nelle stanze che tieni chiuse, conoscere ciò che ti fa ridere e ciò che ti spezza il respiro. La fede comincia da questa confidenza sorprendente: Dio prova gioia nello stare con noi.
Poi le parole di Gesù si fanno più scure: «Verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto». In quel verbo si sente già il rumore delle mani che lo afferreranno, il passo dei discepoli in fuga, il legno della Croce, la pietra fatta rotolare davanti al sepolcro. Lo Sposo sarà strappato agli amici e loro digiuneranno. Con questa risposta Gesù sottrae il digiuno alla contabilità delle prestazioni religiose e lo riconsegna all’amore. Si digiuna perché qualcuno manca. Si digiuna quando il desiderio diventa così intenso che anche il corpo vuole partecipare alla preghiera.
Il digiuno è fame che ha imparato un nome. Forse hai conosciuto anche tu giorni così. Hai pregato e le parole sono cadute a terra, una dopo l’altra. Hai cercato Dio dentro una malattia, un lutto, una relazione ferita, un’attesa interminabile, e ti è sembrato di trovare soltanto silenzio. Hai continuato a credere con il poco fiato che ti restava, mentre dentro domandavi: «Dove sei?».
Non vergognarti di questa domanda. Ci sono momenti in cui la fede più sincera non riesce a cantare e sa appena lasciare un posto vuoto. Anche quel posto è preghiera. Anche le lacrime che non trovano parole conoscono la strada verso Dio. La nostalgia è una ferita che conserva la forma di un abbraccio.
Digiunare significa permettere a quella mancanza di parlare, senza soffocarla riempiendo ogni spazio. Noi, invece, siamo diventati abilissimi nel distrarci dalla fame dell’anima: divoriamo immagini, notizie, acquisti, impegni, giudizi, discussioni; teniamo accesi gli schermi per evitare che il silenzio ci faccia domande e arriviamo a sera pieni di tutto, affamati di vita. Il digiuno può allora diventare un gesto semplice e rivoluzionario: spegnere il telefono per ascoltare chi ci siede accanto, rinunciare all’ultima parola, smettere per un giorno di alimentare un rancore, sottrarre tempo alla fretta per regalarlo a una persona sola, lasciare sullo scaffale qualcosa che desideriamo e trasformarne il prezzo in pane per qualcuno. Facciamo spazio, affinché torni visibile ciò che conta.
Dopo aver parlato dello Sposo, Gesù racconta di un tessuto nuovo, di un vestito logoro, di vino e di otri. Il vino nuovo è vivo, fermenta, preme, cerca spazio. Se trova pareti indurite, le spezza. Anche il Vangelo fermenta. Quando entra davvero nella vita, sposta i mobili dell’anima, allarga le stanze, apre finestre che avevamo murato. Il Dio che consola è lo stesso Dio che ci rimette in cammino; fascia le nostre ferite e poi ci chiede di alzarci, ci abbraccia e dentro quell’abbraccio ci restituisce il coraggio di cambiare.
Eppure il vecchio conserva un sapore rassicurante. Gesù lo sa e lo dice con una lucidità disarmante: chi ha bevuto il vino vecchio tende a preferirlo. Ci abituiamo persino a ciò che ci fa soffrire, perché almeno lo conosciamo. Un dolore portato a lungo può diventare un’identità, un rancore può sembrare una protezione, quel nostro «sono fatto così» può trasformarsi nella serratura con cui chiudiamo il futuro.
A volte difendiamo le nostre catene perché abbiamo dimenticato come si cammina.
Essere otri nuovi significa conservare un cuore abbastanza tenero da non spezzarsi quando la vita preme. Un cuore capace di cambiare idea, chiedere perdono, riconoscere una luce anche in chi ci ha deluso, ricominciare dopo essersi sentito fallito. Un cuore nuovo porta ancora le cicatrici, ma ha smesso di usarle come mura.
Gesù non ti chiede di cancellare la tua storia. Vuole versarvi dentro un futuro. Le tue cadute, le tue paure e persino le stanze più disordinate della tua vita possono diventare il luogo in cui fermenta qualcosa di sorprendente. Dio ama lavorare nelle profondità, là dove nessuno applaude e dove tu stesso temi di guardare.
Se oggi senti lo Sposo vicino, celebra la sua presenza. Ridi, ringrazia, condividi il pane, lascia traboccare la gioia. Se oggi senti soltanto la sua assenza, custodisci la fame. Chiamalo. Aspettalo. Lascia aperta la porta. Il vuoto che senti non è sempre la fine di qualcosa. Talvolta è Dio che sta allargando il tuo cuore perché possa contenere una vita più grande. Un giorno ti volterai indietro e riconoscerai, in quella sedia rimasta vuota, il posto che stavi preparando per Lui.
Lo Sposo conosce il tuo indirizzo. Il vino nuovo è già in cammino. E persino la tua ferita, quando Lui arriverà, saprà di festa #Santanotte
Alessandro Ginotta

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