• La Buona Parola - il blog di Alessandro Ginotta
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Dio indossa le nostre mani

Dio indossa le nostre mani

Ci sono giorni in cui il dolore viene guardato da tutti e visto da nessuno. Rimane lì, in mezzo alla stanza, mentre gli passiamo accanto con la nostra fretta, le nostre ragioni, le parole giuste pronunciate nel momento sbagliato. Questo Vangelo ci mette davanti a una scelta che non ammette spettatori: lasciare una ferita alla sua solitudine oppure diventare la mano attraverso cui Dio comincia a guarirla. Tu, oggi, da che parte stanno le tue mani?

Scoprilo nel mio (in)solito commento a: «Osservavano per vedere se guariva in giorno di sabato» (Luca 6,6-11).

Nella sinagoga c’è un uomo con una mano paralizzata. Forse la nasconde sotto il mantello, come facciamo con tutto ciò che ci fa sentire incompleti: una paura che non confessiamo, un fallimento che ancora ci umilia, una ferita che continua a bruciare in silenzio, una parte di noi che ha smesso di credere di poter tornare viva.

Tutti lo osservano. Eppure nessuno lo incontra davvero. I loro occhi sono puntati su Gesù. Aspettano che guarisca quell’uomo per poterlo accusare. La sua sofferenza è diventata un’esca, il suo dolore una prova da usare contro qualcuno. Una folla di occhi. Nessuno sguardo.

Accade ancora, molto più spesso di quanto vogliamo ammettere. Accade quando ascoltiamo una confidenza cercando la contraddizione. Quando aspettiamo l’errore di qualcuno per poter dire: «Lo sapevo». Quando durante una discussione difendiamo con tanta forza la nostra ragione da dimenticare la persona che abbiamo davanti. Accade quando ci interessa stabilire chi ha cominciato, chi ha sbagliato di più, chi deve chiedere scusa per primo, mentre qualcuno continua a sentirsi terribilmente solo.

Siamo diventati abilissimi nell’osservare e dolorosamente distratti nel vedere.

Gesù vede. Vede quella mano nascosta. Vede l’umiliazione di quell’uomo. Vede gli anni trascorsi a sentirsi meno degli altri. E gli dice: «Àlzati e mettiti qui in mezzo». Gesù non lo guarisce in un angolo. Lo chiama al centro. Chi era stato trasformato in un caso torna a essere una persona. Chi serviva per costruire una trappola riceve nuovamente un volto, uno spazio, una dignità.

Dio fa spesso così. Entra nelle stanze che teniamo chiuse, raggiunge il punto che ci fa più male e porta alla luce proprio ciò che consideravamo irrecuperabile. Ci prende per mano là dove noi avevamo smesso perfino di aspettarlo. Poi Gesù domanda: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». Nessuno risponde.

Quel silenzio non è vuoto. È già una scelta. Conoscono ogni dettaglio della Legge, ma hanno dimenticato il suono del dolore umano. Hanno studiato ciò che è permesso e ciò che è proibito, senza accorgersi che davanti a loro c’è una persona che aspetta di tornare a vivere.

Anche noi costruiamo i nostri “sabati”: «Non ho tempo», «Non spetta a me», «Prima deve chiedermi scusa», «Ne parleremo quando saremo più tranquilli», «Oggi proprio non ce la faccio». Ogni alibi possiede un tono ragionevole. Intanto, dall’altra parte, qualcuno impara a non chiedere più.

Rimandiamo una visita, una telefonata, un abbraccio. Lasciamo un messaggio senza risposta. Passiam o accanto a una tristezza sperando che se ne occupi qualcun altro. Aspettiamo il momento perfetto per fare il bene, mentre qualcuno avrebbe bisogno di noi adesso. E qualche volta il bene che arriva tardi trova una porta che, per sopravvivere, ha imparato a chiudersi.

Gesù dice all’uomo: «Tendi la tua mano». Gli chiede proprio ciò che sembra impossibile. Quel comando raggiunge il punto esatto della sua impotenza. L’uomo avrebbe potuto vergognarsi, sottrarsi, tenere la mano nascosta. Invece prova. Espone la propria fragilità. Consegna a Gesù ciò che non riesce più a muovere.

Ed è mentre tende la mano che guarisce. Il miracolo accade dentro quel gesto fragile e coraggioso. La mano riprende vita mentre osa uscire dal mantello. A volte la guarigione comincia quando smettiamo di nascondere ciò che ci fa male e troviamo il coraggio di tenderlo verso qualcuno.

Ci sono miracoli che iniziano così: un messaggio scritto con le dita che tremano; una sedia avvicinata a chi sta piangendo; il telefono appoggiato sul tavolo per guardare davvero negli occhi chi vive con noi; una porta alla quale bussiamo dopo mesi di silenzio; una domanda pronunciata senza fretta: «Come stai davvero? Io posso restare qui, se vuoi».

Ogni giorno incontriamo mani paralizzate. La mano di chi non riesce più a chiedere aiuto. Quella di un figlio che disturba perché non sa dire: «Ho bisogno di te». Quella di un anziano che aspetta una telefonata facendo finta che non gli importi. Quella di una persona che sorride mentre dentro sta crollando. Quella di chi vorrebbe ricominciare, ma teme di essere ferito ancora.

Qualche volta, quella mano è la nostra. Anche noi abbiamo una parte immobile, nascosta sotto il mantello della dignità, dell’efficienza, dell’ironia, del «va tutto bene». Gesù si ferma proprio lì. Ci chiama in mezzo. Ci guarda senza imbarazzo e senza pietà. Poi ci dice: «Tendila verso di me. Lascia che io raggiunga anche questo punto della tua vita».

Nella sinagoga accade qualcosa di sconvolgente: una mano malata si apre, mentre mani perfettamente sane cominciano a stringersi in pugni. L’uomo guarisce. Gli altri escono pieni di rabbia. Avevano difeso il sabato e perduto la misericordia. Avevano salvato la regola e lasciato fuori Dio.

Per Dio l’ora dell’amore coincide sempre con l’ora del bisogno. La sofferenza di una persona è già un appuntamento. Una lacrima è già una chiamata. Una solitudine intravista è già una responsabilità affidata al nostro cuore.

Alla sera di ogni giorno, e forse alla sera della vita, Dio guarderà le nostre mani. Vedrà quante volte le abbiamo usate per indicare le ferite degli altri e quante volte abbiamo avuto il coraggio di accarezzarle. Ricorderà le mani che abbiamo stretto, le persone che abbiamo rialzato, le lacrime che abbiamo asciugato senza fare rumore.

Il mondo comincia a guarire così: una mano si apre, attraversa la distanza e ne raggiunge un’altra. È lì che accade il Vangelo. È lì che Dio torna a camminare sulla terra. E questa volta indossa le nostre mani #Santanotte

Alessandro Ginotta

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