• La Buona Parola - il blog di Alessandro Ginotta
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La ferita ha un indirizzo

La ferita ha un indirizzo

C’è qualcuno a cui, da giorni, rispondi con una parola in meno. Qualcuno di cui eviti lo sguardo, mentre dentro continui una discussione che lui forse non sa nemmeno di avere cominciato. Potrebbe essere tuo marito, tua moglie, un figlio che ha sbattuto la porta, un amico che ti ha deluso, un collega che ha colpito proprio dove faceva più male. Continui a lavorare, sorridere, preparare la cena, rispondere ai messaggi, eppure quella frase rimane lì, come una scheggia sotto la pelle

Il mio (in)solito commento a:
“Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello” (Matteo 18,15-20)

Gesù entra proprio in questa ferita e dice: «Va’». Ogni dolore porta con sé una tentazione: diventare un racconto prima di diventare un incontro. Lo confidiamo a un amico, poi a un altro, cerchiamo alleati, ricostruiamo le intenzioni dell’altro, finché la persona scompare e al suo posto rimane il ritratto dipinto dalla nostra rabbia. Gesù restituisce alla ferita il suo indirizzo: «Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo».

Fra te e lui. Senza pubblico, senza tribunali improvvisati, senza screenshot da esibire. Due fragilità sedute davanti alla stessa verità. Digli: «Quella parola mi ha fatto male». Digli: «Quando non mi hai cercato, mi sono sentito dimenticato». Racconta la tua ferita senza usarla per ferire.

Chi ama non scaglia la verità contro le persone: la depone fra le loro mani, sperando che sappiano ancora prendersene cura. «Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello». Gesù parla di un guadagno perché una persona ritrovata è una ricchezza. Qui non conta ottenere scuse perfette o sentirsi finalmente dare ragione. Conta impedire che un errore divori una relazione.

Davanti a te c’è qualcuno con le sue paure, la sua stanchezza, le parole che non ha saputo scegliere. Il dolore provocato va chiamato per nome, eppure nessuno coincide per sempre con il proprio sbaglio. Siamo tutti più grandi della frase peggiore che abbiamo pronunciato e del giorno in cui abbiamo deluso chi ci amava.

Quanto ne avremmo bisogno nelle nostre case, nei luoghi di lavoro, nelle associazioni, nelle parrocchie, in famiglia, dove una parola confidata arriva ovunque tranne che alla persona interessata. Quanto ne avremmo bisogno sui social, dove bastano pochi secondi per trasformare una fragilità in spettacolo e imprigionare qualcuno nel suo momento peggiore.

Gesù sceglie la discrezione di un incontro. Dio lavora in privato sulle ferite che il mondo vorrebbe mettere in vetrina. A volte l’altro non ascolterà. Ci sono responsabilità negate, porte chiuse, rapporti nei quali continuare a esporsi significherebbe subire altro dolore. Anche stabilire un confine può essere un gesto d’amore. Il perdono sa vivere a distanza e impedisce al male ricevuto di decidere chi diventeremo.

Poi Gesù dice: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». Cristo è presente anche nella telefonata che continui a rimandare, nella cucina in cui finalmente qualcuno riesce a dire «mi hai ferito», nel silenzio commosso di chi comprende, nell’abbraccio che tarda ad arrivare. Forse oggi il Vangelo ti sta affidando un nome. Proprio quello che hai provato a cancellare e che continua a riaffiorare dentro di te. Potresti cominciare con poche parole: «Questa relazione per me conta ancora».

Finché avremo il coraggio di cercarci, l’ultima parola non apparterrà all’offesa. Apparterrà al momento meraviglioso in cui, dopo esserci quasi perduti, riusciremo ancora a chiamarci fratelli #Santanotte

Alessandro Ginotta

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