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Dio crede ancora nel grano che sei

Dio crede ancora nel grano che sei

Ma come, Gesù? Davvero dovremmo lasciare crescere la zizzania, permetterle di confondersi con il grano, di sottrarre spazio, luce e nutrimento alle spighe buone? Davvero dobbiamo restare fermi mentre il male mette radici, si allarga e sembra soffocare tutto ciò che abbiamo seminato con amore?

Il mio in(solito) commento a:
«Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura» (Matteo 13,24-43)

La domanda ci brucia dentro, perché noi vorremmo un Dio rapido, deciso, quasi chirurgico, un Dio che entri nel campo della nostra vita e strappi via ciò che ci ha feriti, le persone che ci hanno delusi e quelle parti di noi che ancora ci fanno vergognare. Vorremmo svegliarci una mattina e trovare il terreno finalmente pulito, ordinato, libero da ogni contraddizione.

Gesù, invece, ci sorprende ancora una volta e dice: aspettate.

Non perché la zizzania sia innocua, perché il male rimane male e le ferite che provoca sono reali, ma perché nel campo dell’esistenza le radici si intrecciano in profondità e, quando si strappa con troppa fretta, si rischia di portare via anche ciò che stava faticosamente tornando a vivere.

La zizzania, chiamata anche “loglio cattivo”, è un’erba infestante che, soprattutto all’inizio, assomiglia moltissimo al frumento. Cresce accanto alle spighe buone, sottrae loro nutrimento e, se viene macinata insieme al grano, può rendere tossica la farina. Un contadino esperto poteva riconoscerla, eppure persino lui, intervenendo troppo presto, avrebbe rischiato di confondere le radici e danneggiare il raccolto.

E noi? Siamo davvero così certi di riconoscere sempre la zizzania? Quante volte abbiamo guardato una persona e, dopo un errore, abbiamo deciso che ormai fosse tutta sbagliata? Quante volte abbiamo pronunciato una sentenza senza conoscere la lotta che quella persona combatteva nel silenzio, il peso che portava sulle spalle o il bene che, sotto una crosta di rabbia, stava ancora cercando un varco?

Siamo bravissimi a distinguere il grano dalla zizzania nei campi degli altri, mentre diventiamo molto più indulgenti quando attraversiamo il nostro. Eppure anche dentro di noi convivono luce e ombra, slanci generosi e improvvise chiusure, desiderio di amare e paura di essere feriti ancora.

La verità è che nessuno di noi è un campo perfettamente pulito. Tu non sei soltanto il tuo raccolto migliore, ma non sei neppure la tua erbaccia peggiore. Sei un campo vivo, attraversato da stagioni differenti, e Dio ti guarda conoscendo tutto ciò che cresce in te, anche quello che nascondi agli altri e, qualche volta, persino a te stesso. Eppure non ti strappa.

Questa è forse la notizia più sconvolgente della parabola: Dio vede la tua zizzania e continua a credere nel tuo grano.

Non minimizza i tuoi errori, non chiama bene ciò che ti distrugge, ma rifiuta di identificarti con il giorno peggiore della tua vita. Sa che una persona può ferire e poi imparare a curare, può perdersi e ritrovare la strada, può trascorrere anni nell’oscurità e scegliere finalmente di rivolgere il volto verso la luce.

È accaduto a Saulo, che perseguitava i cristiani e divenne Paolo, apostolo instancabile del Vangelo, ed è accaduto al ladrone crocifisso accanto a Gesù, che ritrovò il paradiso quando, agli occhi del mondo, non rimaneva più tempo per cambiare.

Per Dio, finché c’è respiro, c’è ancora possibilità. Noi archiviamo le persone, Lui riapre le storie. Noi mettiamo un punto, Lui trova ancora lo spazio per una virgola. Noi diciamo: «È fatto così, non cambierà mai», mentre Dio continua a seminare proprio là dove abbiamo smesso di sperare.

Forse oggi sei tu il campo che vorresti ripulire con violenza, perché dentro di te riconosci pensieri che non ami, debolezze che ti umiliano o vecchie ferite che continuano a condizionare le tue scelte. Vorresti sradicare tutto subito, e invece Gesù ti invita ad avere con te stesso la stessa pazienza che Dio ha con te. Non significa giustificarti, ma imparare a coltivarti.

La tua preoccupazione principale non sia la zizzania, ma il grano. Nutri ciò che in te sa ancora amare, proteggi la parte che desidera ricominciare e dona luce a quel piccolo germoglio di bene che forse nessuno vede, ma che Dio contempla già come una spiga matura.

Il male cresce facendo rumore, il bene spesso matura nel silenzio. La zizzania invade, mentre il grano impara lentamente a diventare pane. E tu sei chiamato proprio a questo: non a trascorrere la vita ossessionato dalle erbacce, ma a diventare nutrimento per qualcuno.

Arriverà la mietitura, e allora Dio saprà distinguere ciò che noi abbiamo confuso, comprenderà le intenzioni nascoste e porterà alla luce la verità di ogni cuore. Quel giudizio appartiene a Lui, perché solo Lui conosce le radici, mentre a noi è affidato il compito più difficile e più bello: continuare a seminare bene anche quando il campo ci delude.

Non lasciare che la zizzania degli altri avveleni il tuo raccolto, e non permettere alla tua di convincerti che sei perduto. Tu sei ancora terra amata, sei ancora campo di Dio, sei ancora una promessa che può maturare.Dio non ti guarda domandandosi quanta erbaccia ci sia nella tua vita, ma immaginando quanto pane potrai ancora diventare.

#Santanotte, prenditi cura del buon seme che respira dentro di te, anche se è fragile, anche se cresce lentamente, perché verrà il giorno in cui ogni lacrima avrà irrigato una spiga, ogni caduta avrà insegnato alle radici a scendere più in profondità e ogni ferita attraversata con amore diventerà una porta aperta verso il cielo.

La zizzania potrà confondersi con il grano, potrà infestare il campo e illudersi di aver vinto, ma non avrà l’ultima parola, perché quando Dio entrerà nella tua mietitura, raccoglierà ogni frammento di bene, trasformerà il tuo dolore in pane e farà della tua vita un raccolto così grande che perfino le tue notti dovranno arrendersi all’alba. #Santanotte

Alessandro Ginotta

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