
Dio vede fuoco dove tu vedi soltanto fumo
Il Vangelo di oggi è una porta aperta nel tempo: bastano sette versetti per tornare indietro di oltre cinque secoli, eppure non atterriamo tra parole sepolte dalla polvere, ma dentro una profezia che si compie davanti ai nostri occhi. Matteo ci prende per mano e ci conduce fino a Isaia, là dove il profeta aveva già intravisto il volto di un Messia sorprendente, lontano dall’uomo forte che conquista con la violenza e infinitamente vicino a chi vive con il cuore ferito.
Il mio in(solito) commento a:
«Impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto» (Matteo 12,14-21)
Gesù ha appena guarito un uomo nel giorno di sabato e i farisei, invece di gioire per una vita restituita alla sua dignità, decidono di eliminarlo. È una scena che brucia, perché ci costringe a guardarci dentro: davanti al bene possiamo commuoverci oppure sentirci minacciati, possiamo lasciarci cambiare oppure combattere ciò che mette in discussione le nostre abitudini, le nostre regole, la nostra presunta superiorità.
Tu da quale parte ti saresti trovato? Forse avresti seguito Gesù, oppure, senza accorgertene, avresti difeso le tue certezze. Accade anche a noi quando preferiamo avere ragione piuttosto che amare, quando una persona ci mostra un modo diverso di vivere la fede o quando Dio agisce fuori dai confini che avevamo preparato per Lui.
Gesù conosce il complotto e si allontana, ma continua a guarire, poi ordina alla folla di non divulgarlo. In un mondo in cui ogni gesto deve essere mostrato, commentato e trasformato in consenso, Lui sceglie il silenzio. Il bene autentico non ha bisogno di gridare per essere vero.
Gesù non costruisce la propria immagine, perché è venuto a ricostruire la tua. Non cerca applausi, perché cerca il tuo cuore. Non usa il dolore degli altri per illuminare se stesso, ma entra nell’ombra e accende una luce.
È proprio qui che Matteo riconosce il compimento delle parole di Isaia: «Ecco il mio servo, che io ho scelto». Un Servo che possiede la forza di Dio e la usa senza schiacciare nessuno, che annuncia la giustizia senza trasformarla in vendetta, che attraversa il mondo senza fare rumore, eppure cambia la storia.
Poi arrivano le parole più tenere: «Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta».
Forse oggi quella canna sei tu. Forse hai resistito a molte tempeste e temi che basti un altro colpo per spezzarti, oppure ti senti come uno stoppino che conserva appena un filo di luce, mentre tutti intorno sembrano chiederti di sorridere, reagire, tornare quello di prima. Gesù non ti considera guasto. Non misura il tuo valore dalla forza che riesci a mostrare e non giudica la tua fede dalla luce che riesci a produrre. Si avvicina alle tue ferite con una delicatezza che il mondo spesso non conosce, sostiene ciò che vacilla e protegge quella brace che tu credevi ormai inutile. Dio vede fuoco dove tu vedi soltanto fumo.
Noi, invece, sappiamo essere impazienti con le fragilità degli altri. Pretendiamo che chi soffre guarisca secondo i nostri tempi, che superi il lutto, ritrovi il sorriso e torni presto a rassicurarci. Quante canne incrinate abbiamo spezzato con una frase sbrigativa, quante piccole fiamme abbiamo soffocato dicendo: «Devi reagire», «Passerà», «C’è chi sta peggio». Gesù percorre un’altra strada: la forza che sostiene, la verità che non umilia, l’amore che sa aspettare.
Forse essere profeti oggi significa proprio questo: custodire la luce degli altri quando è troppo debole per difendersi da sola, restare accanto a chi vacilla senza trascinarlo, pronunciare parole capaci di aprire una finestra nelle stanze chiuse dell’anima.
Lascia allora che Cristo raggiunga ciò che in te si è incrinato. Affidagli la parte che nascondi, quella stanca, delusa, ancora fumante.
Il mondo scarta ciò che considera fragile. Dio lo raccoglie e ne fa il luogo della sua presenza. Tu non sei ciò che resta di un incendio finito. Sei una fiamma ancora viva sotto la cenere. E quando tu non avrai più fiato per ravvivarla, sarà Dio stesso a chinarsi sul tuo cuore e a soffiare #Santanotte
Alessandro Ginotta

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