
Bevi. E diventa luce.
A prima vista potrebbe sembrare una promessa minacciosa, quasi l’annuncio di una sofferenza inevitabile: seguire Gesù significa bere qualcosa di amaro, prepararsi al sacrificio, accettare una vita tutta in salita. Eppure quel calice contiene molto più del dolore, perché dentro c’è la misura dell’amore, quella misura sconfinata che non si limita a provare compassione, ma entra nella storia dell’altro, ne condivide il peso e rimane accanto anche quando sarebbe più semplice allontanarsi
Il mio (in)solito commento a:
«Il mio calice, lo berrete» (Matteo 20,20-28)
Giacomo e Giovanni, però, in quel momento pensano ad altro. Attraverso la voce premurosa e forse un po’ invadente della loro madre, chiedono i posti migliori nel Regno: uno alla destra e uno alla sinistra di Gesù. Non domandano come servire, ma dove sedersi, non si preoccupano della strada, perché sono già affascinati dal traguardo.
Ammettiamolo: somigliano terribilmente a me e a te.
Anche noi desideriamo essere scelti, apprezzati, ricordati e qualche volta serviamo gli altri sperando, nel profondo, che qualcuno si accorga di quanto siamo stati bravi. L’ambizione sa travestirsi molto bene: può indossare perfino il grembiule del servizio, mentre continua a cercare applausi.
Gesù, però, non umilia quei due giovani e non li allontana. Guarda oltre la loro richiesta, attraversa la goffaggine delle parole e riconosce il desiderio nascosto: vogliono stare vicino a Lui, anche se hanno ancora confuso la vicinanza con il prestigio. Dio comprende persino le preghiere che pronunciamo male.
Forse anche tu hai chiesto successo quando avevi bisogno di sentirti amato, hai cercato approvazione mentre desideravi soltanto sapere che la tua vita contava, oppure hai sognato un posto più in alto perché nessuno sembrava vederti nel punto in cui ti trovavi. Gesù ti vede. E questo cambia tutto. «Potete bere il calice che io sto per bere?», domanda. «Lo possiamo», rispondono senza esitazione. Non sanno ancora che quel calice è la vita donata, è l’amore che rimane quando sarebbe più semplice fuggire, è il coraggio di lasciarsi ferire dalla storia dell’altro senza diventare duri, cinici o indifferenti.
Bere il calice di Gesù non significa andare in cerca del dolore, ma scegliere di amare anche quando amare costa. Lo beve chi resta accanto a una persona fragile mentre tutti gli altri si allontanano, chi continua a credere in un figlio che sembra essersi perduto, chi offre una parola di speranza pur avendo il cuore pieno di cicatrici. Perché l’amore vero non evita sempre le ferite: impedisce alle ferite di avere l’ultima parola.
Poi Gesù pronuncia una frase che dovrebbe scuotere ogni famiglia, ogni comunità e ogni Chiesa: «Tra voi non sarà così». Tra voi il più grande non sarà chi occupa il posto più alto, ma chi si china più in basso. Non sarà chi riesce a farsi servire, ma chi sa diventare riparo, pane e respiro per qualcuno. Cristo non spegne il nostro desiderio di grandezza: lo converte.
Essere grandi, nel Vangelo, significa accorgersi di chi è rimasto indietro, sostenere chi non riesce più a camminare e diventare una porta aperta quando il mondo ha innalzato muri. Il potere di Dio non schiaccia: solleva. La sua gloria non abbaglia: illumina. Il suo trono non domina dall’alto: si inginocchia davanti ai piedi stanchi dell’umanità.
Anche davanti a te, prima o poi, verrà posto un calice. Potrà avere il volto di una responsabilità inattesa, di una persona difficile da amare o di una ferita che ti costringerà a diventare più profondo. Non chiederti soltanto quanto dolore contenga. Domandati quanto amore possa liberare.
Perché, alla fine del viaggio, Dio non ti chiederà quale posto sei riuscito a conquistare, ma per chi sei diventato casa; non conterà gli applausi ricevuti, ma le lacrime che hai asciugato. Il calice di Cristo sembra amaro soltanto al primo sorso. Sul fondo custodisce una gioia che il mondo non potrà mai offrirti: quella di avere amato davvero. Bevilo. Non diventerai più importante degli altri. Diventerai ciò per cui sei nato: un frammento vivo dell’amore di Dio, capace di attraversare la notte e costringere l’alba a sorgere #Santanotte
Alessandro Ginotta

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