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Amore e fede sconvolgenti

Amore e fede sconvolgenti

Oggi è stato il mio compleanno e, tra i tantissimi messaggi ricevuti — proverò davvero a ringraziarvi tutti, anche se siete stati un’invasione meravigliosa — ce n’è stato uno che ha attraversato ogni difesa ed è arrivato direttamente al cuore. Quello di Rita, mia figlia di tre anni e mezzo. Un concentrato di riccioli, luce e gioia, capace di trasformare una stanza semplicemente entrando. Mi ha abbracciato con tutta la forza delle sue piccole braccia, mi ha riempito di baci e poi, guardandomi come solo una figlia sa guardare suo padre, mi ha detto: «Tanti auguri, papi». In quell’istante il mondo si è fermato. Ho guardato i suoi occhi raggianti, le sue labbra giocose, quella felicità limpida che non conosce calcoli, e ho pensato: non rinuncerei a lei per nulla al mondo. Non esiste successo, ricchezza o promessa capace di valere quell’abbraccio. Ci sono momenti in cui la vita smette di spiegarsi e comincia a rivelarsi. Ed è stato proprio allora che, per un istante, ho capito Dio.

Il mio in(solito) commento al Vangelo
«Sono venuto a portare non pace, ma spada» (Matteo 10,34-11,1)

Guardando Rita ho intuito perché Dio abbia accettato di essere crocifisso senza opporsi, perché abbia lasciato la vastità dei cieli per farsi piccolo in una mangiatoia, perché continui a cercarci anche quando noi ci nascondiamo dietro le nostre paure, le nostre cadute e le nostre incoerenze. Dio ci ama come se ciascuno di noi fosse il suo unico figlio. E chi ama così non resta lontano. Scende, si espone, si lascia ferire. L’amore vero, infatti, non osserva il dolore dalla finestra: entra nella stanza.

Eppure le parole di Gesù sembrano portarci altrove, quasi in una terra dura e inospitale: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me». Da padre, lo confesso, queste parole mi attraversano come una lama. Come posso amare qualcuno più di mia figlia? Come può Dio chiedermi di scegliere tra Lui e quel sorriso che mi spalanca il cielo? Forse questa domanda è passata anche dentro di te, magari mentre pensavi alla persona senza la quale la tua vita ti sembrerebbe più povera, più fredda, quasi irriconoscibile.

Gesù, però, non ci chiede di sottrarre amore ai nostri affetti. Ci mostra come amarli senza perderli, senza soffocarli, senza trasformarli in un possesso. Dio non entra nella nostra vita per occupare il posto degli altri. Entra per allargare il cuore. Quando Lui è al centro, nessuno viene spinto ai margini.

Gesù non desidera che io ami meno Rita, ma che la ami in modo più libero, più profondo, più vero; vuole che sappia custodirla senza trattenerla, accompagnarla senza imprigionarla, sostenerla senza pretendere che riempia ogni mio vuoto.

Ed ecco allora il significato di quella spada. Non è l’arma di un Dio violento. È la lama affilata della verità, quella che taglia i fili invisibili con cui a volte leghiamo le persone al nostro bisogno, alle nostre aspettative, alla paura di restare soli. La spada di Gesù non ferisce l’amore. Lo libera da tutto ciò che amore non è. Recide l’egoismo che si traveste da premura, la dipendenza che chiamiamo affetto, la comodità che fingiamo sia pace.

Perché esiste anche una pace falsa, costruita sul silenzio, sull’indifferenza e sulla rinuncia a prendere posizione. Una pace che evita ogni conflitto, ma lascia marcire le ferite sotto il tappeto. Una pace che ci fa sorridere fuori mentre dentro stiamo lentamente spegnendoci. Gesù quella pace non la porta.

La sua presenza disturba gli equilibri comodi, rovescia i tavoli delle nostre abitudini, ci impedisce di restare spettatori della vita. Il Vangelo non è un sonnifero per coscienze stanche. È una sveglia che suona nel cuore.

Forse è proprio questo che ci spaventa: Dio non si accontenta delle briciole della nostra giornata, di una preghiera distratta o di una bontà senza coraggio. Ci invita a vivere con ogni fibra dell’anima, a diventare risposta per qualcuno, a lasciare una traccia di luce dove il mondo sembra aver fatto amicizia con il buio. Gesù vede ciò che noi spesso ignoriamo.

Sa che una telefonata fatta nel momento giusto può impedire a una persona di sentirsi dimenticata, che una visita a un anziano può restituirgli dignità, che un bicchiere d’acqua offerto con amore può avere il peso dell’eternità. Nessun gesto d’amore è piccolo quando passa dalle mani di Dio. Noi guardiamo l’azione. Lui vede tutte le conseguenze che quell’azione genererà.

Un bene fatto oggi può arrivare molto più lontano di noi, può raggiungere i nostri figli e i figli dei nostri figli, perché l’amore autentico non termina nel momento in cui viene donato: continua a camminare. E allora capisco che Gesù non mi sta chiedendo di scegliere tra Lui e Rita. Mi sta chiedendo di scegliere quale uomo desidero essere per lei.

Un padre chiuso nelle proprie comodità, oppure un uomo capace di mostrarle che la vita diventa grande quando viene donata? Un uomo che parla di amore, oppure uno che ha il coraggio di trasformarlo in gesti? I figli non ascoltano soltanto ciò che diciamo. Imparano da ciò per cui ci vedono vivere.

La spada del Vangelo passa anche da qui, perché separa le intenzioni dalle scelte, le belle parole dalla carne, la fede dichiarata dalla fede vissuta. Gesù oggi mi guarda e dice: «Alzati. Esci. Non lasciare che la tua vita si consumi aspettando un momento migliore. Il momento è questo».

Fuori c’è un mondo che attende, ci sono persone che chiedono ascolto, ferite che cercano mani delicate e solitudini che possono essere spezzate con una presenza sincera. Il mondo ha bisogno di te.

Oggi, stringendo Rita tra le braccia, ho capito che il mio amore per lei, immenso ai miei occhi, è soltanto una goccia nell’oceano dell’amore che Dio prova per ciascuno di noi. Ed è un pensiero che toglie il fiato. Se io non rinuncerei mai a mia figlia, quanto più Dio continuerà a lottare per me e per te? Quanto lontano sarà disposto a venirci a cercare, quante volte ci rialzerà, quanto amore riverserà ancora nelle nostre notti?

La croce è la risposta. Dio non ci ha amati fino a quando è stato facile. Ci ha amati fino alla fine.

Lascia allora che la spada del Vangelo entri nella tua vita e tagli ciò che ti tiene prigioniero, perché forse ciò che oggi senti come una ferita è il punto in cui Dio sta aprendo un varco. Non avere paura di perdere ciò che ti rende piccolo. Dall’altra parte di quel taglio potrebbe esserci la tua libertà. Potrebbe esserci una vita più vera. Potresti esserci finalmente tu. Perché Gesù non è venuto a distruggere la pace. È venuto a distruggere tutto ciò che, fingendosi pace, ci impedisce di amare. E quando l’amore viene liberato, non resta fermo. Diventa strada, diventa pane, diventa futuro. Diventa Dio che passa attraverso di te e ricomincia, ancora una volta, a salvare il mondo. #Santanotte

Alessandro Ginotta

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