
Il pericolo più grande non è perdere la fede
C’è qualcosa di profondamente spiazzante nel Vangelo di oggi, perché Gesù, che sa accarezzare le ferite più nascoste, che si china sugli ultimi e restituisce dignità a chiunque incontri, improvvisamente alza la voce, pronuncia parole durissime e sembra quasi scuotere con forza coloro che ha davanti, e la cosa più sorprendente è che non si rivolge ai grandi peccatori, a chi è lontano o a chi non ha mai sentito parlare di Dio, ma proprio a chi lo ha visto passare, lo ha ascoltato, ha respirato la sua presenza e ha assistito ai suoi prodigi.
Il mio (in)solito commento a:
«Nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne e la terra di Sòdoma saranno trattate meno duramente di voi» (Mt 11,20-24)
A volte il cuore più difficile da raggiungere non è quello che si è smarrito lontano, ma quello che si è abituato alla luce.
Dove viveva Gesù? È una domanda semplice soltanto in apparenza, perché Lui stesso afferma che le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i loro nidi, mentre il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo, eppure c’era un luogo nel quale tornava spesso, un piccolo villaggio affacciato sul lago di Tiberiade, fatto di barche, reti, pescatori e case modeste, che per un tratto della sua vita divenne qualcosa di simile a una casa.
Quel luogo era Cafarnao.
Lì vivevano Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, lì Gesù entrava nella casa di Pietro, condivideva il pane, ascoltava le storie della gente, guariva i malati, liberava gli oppressi, restituiva futuro a chi pensava di averlo perduto per sempre, e proprio lì, davanti a una porta divenuta troppo piccola per contenere tutta la sofferenza del mondo, la città intera si radunava aspettando una guarigione, una parola o anche soltanto uno sguardo.
Prova a immaginare quella scena, il sole ormai tramontato, le lampade accese, i passi affrettati, i malati sorretti dai familiari, le madri che stringono i figli, gli uomini che non riescono più a nascondere le lacrime, e Gesù che accoglie tutti, uno per uno, senza fretta, come se in quel momento ciascuno fosse l’unica persona esistente al mondo.
Cafarnao aveva visto l’Amore all’opera. Lo aveva visto da vicino. Lo aveva quasi toccato. Eppure, non era bastato.
È questo che mi inquieta, perché significa che si può vivere accanto a Dio senza lasciarsi trasformare, si può ascoltare il Vangelo fino a conoscerne ogni parola e continuare a difendere le proprie chiusure, si può perfino commuoversi davanti a una predica, a una celebrazione o a una testimonianza, e poi tornare a casa identici a prima, come se quella luce fosse passata soltanto sulla pelle, senza riuscire a entrare nel cuore.
Il vero pericolo, allora, non è sempre perdere la fede, qualche volta è abituarsi alla fede, trasformarla in un rumore di sottofondo, in un gesto ripetuto senza più stupore, in una finestra spalancata davanti alla quale scegliamo ostinatamente di tenere gli occhi chiusi.
È per questo che Gesù pronuncia parole così severe: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida!», e poi si rivolge a Cafarnao, la città che più di tutte aveva ricevuto, dicendo che perfino Tiro, Sidòne e Sòdoma saranno trattate meno duramente nel giorno del giudizio.
Parole che bruciano. Ma l’amore vero, qualche volta, brucia prima di guarire. Gesù non sta lanciando una maledizione, sta gridando per svegliare cuori che rischiano di addormentarsi, perché sa che il peggior modo di perdere la vita è sprecarla senza accorgersene, è ricevere doni immensi e lasciarli marcire dentro di noi, è essere circondati dalla grazia e continuare a vivere come mendicanti di felicità.
Più grande è la luce ricevuta, più grande diventa la responsabilità di non nasconderla. E allora la domanda oggi arriva fino a me, e forse arriva anche fino a te: che cosa stiamo facendo di tutto l’amore che abbiamo ricevuto? Che cosa abbiamo fatto delle persone che ci hanno voluto bene, delle volte in cui siamo stati perdonati, delle porte che si sono aperte quando pensavamo che tutto fosse finito?
Forse ci siamo concentrati così tanto su ciò che ci manca da dimenticare ciò che ci è stato donato, forse abbiamo chiesto continuamente a Dio un segno, mentre eravamo già immersi nei suoi segni, forse aspettavamo un miracolo clamoroso e non abbiamo riconosciuto il miracolo quotidiano di essere ancora qui, vivi, capaci di amare, di cambiare e di ricominciare.
Il peccato più grande, a volte, non è il male che compiamo, ma il bene che lasciamo incompiuto, l’abbraccio trattenuto, il perdono rimandato, la parola gentile soffocata dall’orgoglio. Dio, però, non si stanca di noi. Questa è la notizia che salva: Lui conosce le nostre cadute, distingue la fragilità dalla durezza, vede la lotta che nessuno vede e raccoglie perfino quel desiderio di bene che non siamo ancora riusciti a trasformare in una scelta concreta, perché Dio non ci ama soltanto quando siamo luminosi, ci ama anche mentre cerchiamo faticosamente l’interruttore.
Forse oggi ti senti lontano, stanco o deluso da te stesso, forse credi di avere sprecato troppe occasioni e di essere diventato impermeabile perfino all’amore di Dio, ma ascoltami bene: il Signore non sta pronunciando queste parole per umiliarti, le pronuncia perché rifiuta di arrendersi alla tua rassegnazione. Ti scuote perché ti ama. Ti provoca perché sa chi puoi diventare. Ti chiama perché, dietro tutte le tue paure, vede ancora una scintilla che può incendiare il mondo.
Allora non limitarti a guardare Gesù passare, non accontentarti di sapere tutto su di Lui e lascia che entri davvero nelle stanze che tieni chiuse, consegnagli ciò che ti pesa, ciò che ti vergogni di mostrare e ciò che hai smesso di sperare, perché il Vangelo non è una parola da conservare, è un fuoco da attraversare.
Ama, anche quando tremi, ama, anche quando costa, ama, perché ogni gesto d’amore strappa un frammento di mondo alle tenebre. E quando avrai paura di essere arrivato troppo tardi, alza gli occhi: Dio sarà ancora lì, davanti alla porta del tuo cuore, non per giudicare quanto sei stato lontano, ma per incendiarti di vita #Santanotte
Alessandro Ginotta

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