
Dio semina anche dove tu hai smesso di sperare
Ci sono pagine del Vangelo che non si limitano a raccontare qualcosa, ma entrano dentro di te, spostano le pietre, aprono crepe nella terra indurita e, quasi senza che tu te ne accorga, lasciano cadere un seme. La parabola del seminatore è una di queste.
Il mio (in)solito commento a: Il seminatore uscì a seminare (Matteo 13,1-23)
Forse perché racconta un Dio che, se lo giudicassimo con i criteri del buon senso, sembrerebbe persino imprudente. Sparge il seme sulla strada, tra le pietre, in mezzo ai rovi e sulla terra buona, senza fare calcoli, senza selezionare i terreni, senza chiedersi dove convenga investire. Dio semina ovunque. Anche dove tu non semineresti più.
Gesù racconta di un uomo che esce nel campo e apre la mano. Il seme vola, cade, si perde, attecchisce, muore, rinasce. Il seminatore sa bene che una parte verrà portata via dagli uccelli, un’altra seccherà sotto il sole e un’altra ancora sarà soffocata dalle spine, eppure continua a camminare.Continua a seminare. Ed è qui che il Vangelo mi mette davanti a una domanda scomoda: io saprei amare così?Saprei continuare a credere in una persona dopo l’ennesima delusione? Saprei affidare ancora fiducia a un cuore che si è chiuso? Saprei vedere una possibilità dentro una storia che sembra ormai consumata?Probabilmente, a un certo punto, mi fermerei.
Dio invece continua. Perché Lui non ama soltanto ciò che promette di portare frutto. Ama anche ciò che è ferito, confuso, arido. Ama il terreno che ha bisogno di tempo, il cuore che si difende, la vita che ancora non sa come ricominciare.
Il suo amore non è un premio per chi funziona bene. È una forza che rimette in moto ciò che sembrava perduto.
Per molto tempo ho pensato che il centro della parabola fosse il terreno. Mi domandavo se il mio cuore fosse duro come una strada, superficiale come una terra piena di pietre, soffocato dalle preoccupazioni oppure finalmente fertile.
Poi ho capito che il protagonista vero è il Seminatore. È Lui che esce. È Lui che cerca. È Lui che non si stanca. E questa scoperta cambia tutto, perché significa che la mia salvezza non dipende soltanto dalla qualità del terreno che riesco a offrire, ma anche dalla tenacia di un Dio che continua a passare.
Persino quando io mi chiudo, Lui ritorna. Persino quando dimentico la sua Parola, Lui ricomincia. Persino quando dentro di me cresce un groviglio di paure, delusioni e stanchezze, Lui trova ancora uno spazio nel quale deporre un seme. Dio è specialista delle fessure. Gli basta una piccola crepa nel cuore per farvi entrare la primavera. Forse anche tu, in questo momento, ti senti come una terra difficile. Hai attraversato stagioni che ti hanno indurito, hai raccolto parole che ti hanno ferito, hai lasciato che alcune preoccupazioni crescessero come rovi fino a toglierti il respiro. E magari hai cominciato a pensare che dentro di te non possa più nascere nulla.
Ma il Vangelo oggi ti dice il contrario. Tu non sei un campo abbandonato. Tu sei ancora terra di Dio. E dentro di te esiste un luogo segreto, uno scrigno nel quale sono custoditi gli incontri che ti hanno cambiato, gli abbracci ricevuti nel momento giusto, le volte in cui una luce inattesa ha attraversato il buio. È lì che il seme continua a vivere. A volte resta nascosto per anni, sotto strati di paura e di silenzio, eppure non è morto. Aspetta una pioggia, una parola, una carezza. Aspetta il momento in cui tu smetterai di considerarti sterile e ricomincerai a credere che anche la tua vita possa fiorire.
La fede, spesso, comincia così: da un seme che nessuno vede. Dio non aspetta che tu diventi perfetto per entrare nella tua vita. Entra adesso, mentre sei ancora pieno di pietre, mentre alcune spine fanno male e mentre una parte di te fatica a fidarsi. Non devi diventare terra buona per essere amato. È l’amore di Dio che, lentamente, rende buona la terra. Questa parabola racconta la sua generosità senza misura. Racconta un Padre che non cancella nessuno dal campo, un Cristo che continua a offrire se stesso anche a chi potrebbe rifiutarlo, uno Spirito che lavora nel silenzio, là dove gli occhi umani vedono soltanto aridità.
E, dietro la mano del seminatore, si intravede già la mano di Gesù che spezza il Pane. Anche lì Dio non si risparmia. Si dona. Si lascia consumare. Diventa nutrimento, perché nessuno possa dire: per me non c’era più nulla.
Forse il miracolo più grande della parabola non è il seme che produce il cento per uno.
Il miracolo è che Dio continui a seminare anche dopo i nostri rifiuti, le nostre fughe, le nostre cadute. Continua a credere in noi più di quanto noi crediamo in noi stessi.
E allora ascoltami: finché il Seminatore attraversa il campo della tua vita, niente è definitivamente perduto. Una strada può spaccarsi, una pietra può essere rimossa, un rovo può essere tagliato. E anche il terreno più ferito può tornare a profumare di grano. Perché Dio non si limita a vedere ciò che sei oggi. Dio contempla già il raccolto che potresti diventare #Santanotte
Alessandro Ginotta

Sostieni labuonaparola.it
La tua donazione mi aiuterà a continuare a creare contenuti di qualità:
Ogni contributo, grande o piccolo, fa la differenza. Grazie per il tuo sostegno!
Lasciati raggiungere da La buona Parola sulla tua e-mail
Iscriviti alla newsletter. Riceverai una email ogni volta che verrà pubblicato un nuovo commento. È gratis e ti potrai cancellare in ogni momento.


