
Un Dio che si lascia tenere in braccio
Resta ancora un momento qui, non correre via dal Tempio. Perché questa scena ha qualcosa da dirci più in profondità. Dio, incarnandosi, non ha scelto di scrivere la storia dalla parte delle stelle, ma da quella dell’uomo. E questa frase, se la lasci scendere dentro, cambia tutto.
Il mio (in)solito commento a:
I miei occhi hanno visto la tua salvezza (Luca 2,22-40)
Noi lo immaginiamo lontano, immenso, irraggiungibile. Un Dio che abita l’alto. E invece Lui sorprende: sceglie il basso. Sceglie la carne. Sceglie la polvere. Sceglie di farsi tenere in braccio.
Hai mai guardato dentro un cannocchiale? Da una parte tutto sembra enorme, ingombrante, decisivo. Dall’altra, anche ciò che pare gigantesco diventa piccolo, quasi irrilevante. Ecco: Dio ci invita a cambiare lato dello sguardo. A capire che le cose materiali, quelle che oggi ci agitano e ci rubano il fiato, sono minuscole se messe accanto a quelle dello spirito.
Eppure, proprio Lui – l’Onnipotente – compie il gesto più rivoluzionario possibile: non nasce condottiero, ma Bambino. Non entra nella storia da vincitore, ma da fragile. Non sceglie una reggia, ma un giaciglio.
Non stringe potere, stringe povertà. E questa povertà non è un dettaglio. È un linguaggio.
Maria e Giuseppe arrivano al Tempio con l’offerta più semplice possibile: due colombe. Non l’agnello. Non il sacrificio solenne. Solo ciò che i poveri potevano permettersi. È così che Dio si presenta: senza clamore, senza effetti speciali. La salvezza entra nel Tempio in silenzio. E rischia di non essere vista.
Ma Simeone vede. Perché chi ha atteso tutta la vita non si distrae davanti all’essenziale. Quel gesto, così quotidiano, è già profezia. È già annuncio di un altro sacrificio. È come uno squarcio sul futuro. Quel Bambino offerto oggi… sarà donato del tutto un giorno. Lo sa Simeone. Lo intuisce Maria. Lo sentiamo anche noi, se abbiamo il coraggio di restare.
E infatti, subito dopo la luce, arriva l’ombra. La gioia si incrina: una spada attraverserà l’anima. Una scena di per sé terrificante. Qui scopriamo che la fede non anestetizza il dolore. Lo attraversa. Credere non è come prendere un elicottero e superare le difficoltà, ma significa riuscire a passarci attraverso con uno sguardo diverso, affrontarle con uno spirito più forte; saper vivere anche la sconfitta senza gettare la spugna, ma saper prendere l’insuccesso come stimolo per migliorarsi ancora e diventare più forti. Credere è aver ben chiaro il fatto che nulla qui, su questa terra, può valere neppure l’ombra del Regno dei Cieli.
Anna arriva proprio allora. Non per spiegare. Ma per lodare. Per raccontare. Per dire a tutti che sì, la redenzione è iniziata, anche se non assomiglia a come ce l’eravamo immaginata.
Dio si fa piccolo. Così piccolo da passare inosservato. Così fragile da chiedere di essere accolto. Così umile da vincere proprio dove noi avremmo rinunciato. E allora mi domando – e ti domando: Riesco ad accogliere un Dio che non risolve tutto subito? Riesco a credere in una salvezza che passa dalla croce?
Perché Dio è così. Vince perdendo. Salva donandosi. Illumina passando dal buio.
Simeone può andare in pace. Anna può parlare. Maria può custodire. E noi? Noi possiamo scegliere da che parte guardare. Dalle stelle… o dall’uomo.
Perché è lì, nella fragilità, che Dio continua a farsi vedere #Santanotte
Alessandro Ginotta

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