• La Buona Parola - il blog di Alessandro Ginotta
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Ti amo ancora. Dove sei?

Ti amo ancora. Dove sei?

In questi giorni sto sgomberando la casa dei miei genitori, e mentre cerco di capire che cosa portare via mi accorgo di quanto vorrei poter ritrovare. Mamma se n’è andata pochi mesi fa, papà era già volato in cielo sette anni fa, e adesso tra fotografie, lettere e oggetti mi viene incontro la vita che abbiamo condiviso: la mia infanzia, gli anni degli studi, le prime difficoltà da adulto, quando bastava sapere che loro c’erano perché non tutto sembrasse sulle mie spalle. Scelgo che cosa conservare, ma ogni scelta tocca qualcosa che dentro di me è ancora vivo, e mi sorprendo a desiderare ciò che nessuna scatola potrà contenere: la possibilità di raccontare ancora una cosa, di chiedere un consiglio, di essere figlio davanti a qualcuno che mi chiami per nome come soltanto un genitore sa fare. Non ho fratelli né sorelle, e neppure cugini di primo grado; per grazia di Dio ho una moglie e una bambina di tre anni e otto mesi che riempiono la mia vita, eppure tutto questo amore convive con la nostalgia, senza cancellarla, senza doverla cancellare. Dentro il padre che sono diventato vive ancora il figlio che vorrebbe dire: «Sai che cosa è successo oggi?» e avere qualcuno, dall’altra parte, che desideri ascoltare la risposta. Forse mi capisci, forse anche tu conosci quel momento in cui tutti si appoggiano a te e tu vorresti, soltanto per un istante, poterti appoggiare ancora a chi ti ha insegnato a stare in piedi. È lì che vorrei raggiungerti, mentre attraverso queste stanze: nel punto in cui la mia storia incontra la tua e ci scopriamo capaci di dare tanto amore, ma ancora bisognosi di riceverne. Perché c’è una domanda che mi accompagna mentre la casa si svuota, e forse abita anche dentro di te: dove possiamo incontrare ancora chi non abbiamo mai smesso di amare?

Il mio in(solito) commento a:
“Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Giovanni 6,37-40)

Oggi, mentre la Chiesa commemora tutti i defunti, penso a quanta vita si raccoglierà davanti a una tomba: gratitudine, tenerezza, conversazioni interrotte. Forse porterai un fiore, forse pronuncerai un nome da lontano, mentre la giornata continuerà a chiederti di preparare il pranzo, lavorare, occuparti di qualcuno. Poi un dettaglio ti fermerà: una ricetta, una risata, una frase che ti uscirà identica a come la diceva chi hai amato. E sentirai quanto profondamente quella persona ti abbia abitato, fino a lasciare qualcosa di sé nei gesti che compi senza pensarci.

Ma insieme alla tenerezza può arrivare un pensiero che punge: «Avrei potuto». Avrei potuto ascoltare di più, rispondere diversamente, capire che il tempo non era infinito. Conosco la forza di queste parole, capaci di prendere una giornata difficile e trasformarla nel giudizio su un’intera relazione, come se una risposta impaziente potesse cancellare tutte le volte in cui sei rimasto. Vorrei fermarti con delicatezza, prima che il rimpianto occupi ogni spazio: non lasciare che il momento in cui hai amato peggio racconti tutta la storia del tuo amore.

Ci saranno errori da riconoscere, ma c’è anche del bene a cui restituire il suo nome: la presenza, la cura, ciò che hai fatto quando nessuno ti vedeva. E se la malattia ha cambiato la persona che amavi, se qualche volta ti sei sentito sfinito e hai desiderato che quella sofferenza finisse, puoi guardarti senza crudeltà. Puoi aver amato profondamente e aver avuto bisogno di riposo; Dio conosce anche la stanchezza che tu fai fatica a perdonarti.

È con questa vita addosso che mi avvicino al Vangelo, dove Gesù promette accoglienza a chi va a Lui e rivela il desiderio del Padre di custodire quanto gli è affidato, fino alla risurrezione. Mi commuove poter arrivare così, senza aver prima sistemato ogni cosa dentro di me, con la fede e le domande, la gratitudine e ciò che mi pesa sulla coscienza. E vorrei che tu sentissi di poter fare lo stesso: puoi andare da Dio anche con ciò che ti fa vergognare di andarci.

Anche se hai commesso un errore grave, anche se qualcuno ne porta ancora le conseguenze, Dio non ha smesso di amarti. Il suo amore ti dà il coraggio di guardare la verità senza nasconderti e senza distruggerti, perché prende sul serio te e chi hai ferito. Può sostenerti mentre riconosci una responsabilità, chiedi perdono senza pretenderlo, accetti una conseguenza e cerchi di riparare. Non devi meritarti il suo amore prima di cambiare: puoi lasciarti amare per trovare la forza di cominciare. Il male compiuto non deve diventare tutto ciò che sei, né tutto ciò che sarai.

E se la persona a cui vorresti chiedere perdono non c’è più? Se è proprio questo il nodo che ti stringe dentro? Puoi affidare a Dio le parole rimaste in gola, pronunciarle nella preghiera e chiedergli di aiutarti a vivere diversamente. Non tutte le occasioni ritornano, e sarebbe ingiusto promettertelo; ma questa giornata contiene ancora qualcuno da ascoltare, una visita da non rimandare, una durezza da disarmare prima che diventi un’altra ferita. Il bene che farai non cancellerà il passato, ma gli impedirà di decidere tutto il tuo futuro. Il passato non puoi più abbracciarlo. Qualcuno, oggi, sì.

Resta però il desiderio da cui siamo partiti: quella voce, quel volto, quella persona precisa. Io non cerco una consolazione che mi aiuti a pensare ad altro, e forse neppure tu; abbiamo bisogno di sapere a chi affidare un amore che continua a cercare chi non possiamo più raggiungere. È qui che Gesù pronuncia la sua promessa: «Io lo risusciterò». Davanti al punto in cui ogni nostra possibilità si arresta, Lui ci invita a fidarci ancora.

Non so descriverti come si compirà questa promessa, ma so a chi la affido: a Gesù, che ha attraversato la morte ed è risorto. Per questo posso pregare per mia mamma e mio papà, e insieme a te per chi porti nel cuore, consegnando alla misericordia del Padre anche ciò che della sua storia non abbiamo compreso. La fede non mi evita le lacrime, ma mi permette di piangere senza pensarmi abbandonato; posso sentire terribilmente una mancanza e credere che quella persona sia affidata a un amore più grande del mio.

E dentro questa speranza posso tornare a vivere. Vorrei dirtelo soprattutto se una risata ti sembra un tradimento, se ti sorprendi felice e subito pensi che non dovresti: puoi desiderare il domani, appassionarti a un progetto, lasciarti incantare da tua figlia. La gioia non toglie amore a chi ti manca; può far crescere il bene che hai ricevuto. Io tornerò a quelle fotografie e a quelle lettere, ma proverò a ricordare che non devo salvare ogni oggetto per dimostrare quanto ho amato i miei genitori. Posso lasciare andare una cosa senza abbandonare una persona.

Oggi pronuncia il nome che ti sta a cuore, affidalo al Signore e poi lascia che quella preghiera diventi un gesto: cerca qualcuno, ascoltalo, digli la parola buona che stai rimandando. Una riga di Vangelo potrà prendere la tua voce, le tue mani, il tuo tempo, e qualcuno si sentirà meno solo perché tu avrai scelto di esserci.

Dio ama te, proprio te, con la nostalgia e le domande, con il bene che hai donato e quello che devi ancora imparare. Ti ama mentre cerchi di rimediare, mentre ricominci, mentre una fotografia ti fa sorridere e subito dopo piangere. Puoi lasciarti raggiungere adesso, senza aspettare di essere guarito da ogni dolore, e trovare in questo amore la forza per un passo nuovo.

Il minuto che vorremmo chiedere al passato non possiamo riaverlo. Questo minuto, però, è qui: Dio ce lo affida perché diventi amore. E l’amore, nelle sue mani, ha davanti l’eternità. #Santanotte

Alessandro Ginotta

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