
Quaranta è il numero che ti spoglia per rivestirti di infinito
Perché il deserto non è il luogo dove Dio ti abbandona. È il luogo dove ti insegna a non abbandonarti più
Il mio in(solito) commento al Vangelo di Matteo: “Gesù digiuna per quaranta giorni nel deserto ed è tentato” (Matteo 4,1-11)
Sì, proprio così. Quaranta. Non è un numero qualsiasi, non è un dettaglio cronologico infilato lì per caso. È un tempo simbolico, è una soglia, è un grembo. Nella Bibbia il quaranta ritorna come un battito costante: quaranta giorni e quaranta notti di diluvio prima che la terra possa respirare di nuovo; quaranta anni di cammino nel deserto per imparare a essere popolo; quaranta giorni di Mosè sul Sinai davanti al fuoco della Presenza; quaranta giorni di Elia che, stremato, attraversa il deserto per incontrare Dio nel sussurro di un vento leggero. E poi quaranta giorni di Gesù nel deserto
La Quaresima non è una parentesi triste nell’anno liturgico. È un tempo di verità. È il tempo in cui Dio non ti toglie qualcosa per punirti, ma per restituirti a te stesso. È un allenamento dell’anima. È il coraggio di togliere rumore per ascoltare il cuore. E il cuore, credimi, parla forte quando attorno c’è il deserto.
Il deserto. Luogo che fa paura, perché è vuoto. Ma proprio per questo è pieno di Dio. Il popolo d’Israele lo attraversa mormorando, rimpiangendo le cipolle d’Egitto, dimenticando i prodigi appena vissuti. E quante volte lo facciamo anche noi? Liberati da una schiavitù, ne inventiamo un’altra pur di non sentirci soli. Elia nel deserto desidera morire. È stanco, deluso, braccato. Eppure è lì che Dio lo nutre, lo rialza, lo rimette in cammino.
Sant’Ignazio di Loyola ci parla del deserto come del luogo del discernimento, dello scontro tra consolazione e desolazione, tra la voce che ti avvicina a Dio e quella che ti allontana con promesse seducenti. Il deserto è il luogo dove non puoi più mentire. Né a Dio. Né a te stesso.
E lì, nel silenzio che brucia, arriva la tentazione.
La prima: «Di’ che queste pietre diventino pane». È la tentazione del bisogno immediato, della scorciatoia, della fame da saziare subito. È la voce che ti dice: “Se puoi, fallo. Se hai potere, usalo. Se hai talento, sfruttalo per te”. È la cultura del consumo, del tutto e subito, del “me lo merito”. Ma Gesù risponde: «Non di solo pane vivrà l’uomo». Come a dire: non sei solo stomaco, non sei solo desiderio, non sei solo istinto. Sei relazione. Sei Parola. Sei oltre.
La seconda: «Gettati giù… tanto Dio ti salverà». È la tentazione della spettacolarizzazione della fede, del bisogno di dimostrare, di apparire, di forzare Dio a intervenire. È quella voce sottile che ti suggerisce di manipolare il sacro per sentirti speciale. Gesù risponde: «Non metterai alla prova il Signore Dio tuo». Non trasformare Dio in un garante dei tuoi capricci. Non usarlo. Fidati.
La terza: «Ti darò tutto questo, se ti prostrerai». È la tentazione del potere, del successo, del dominio. È quella che ci accarezza quando scendiamo a compromessi pur di avere un po’ di più: più visibilità, più consenso, più controllo.
E qui Gesù non dialoga più. Qui taglia. Qui decide: «Vattene, Satana». Poche parole. Nette. Libere.
Vedi, le tentazioni non sono solo quelle clamorose. Sono le piccole infedeltà quotidiane. Sono i compromessi silenziosi. Sono le scuse eleganti con cui giustifichiamo la mediocrità.
Quaresima non significa diventare perfetti. Significa diventare veri.
E allora ti chiedo: quali sono le tue pietre che vuoi trasformare in pane? Qual è il tuo salto nel vuoto per attirare applausi? Quale piccolo trono stai accarezzando in segreto?
Non aver paura di guardarlo. Il deserto non ti distrugge. Ti rivela.
Per non cadere in tentazione occorre nutrirsi di Parola, come Gesù. Occorre silenzio. Occorre preghiera. Occorre anche concretezza: scegliere un gesto semplice ma fedele; rinunciare a qualcosa che ti distrae; fare spazio a chi ha bisogno; allenare la gratitudine invece del lamento. E soprattutto ricordare che la tentazione non è peccato. È campo di battaglia. È occasione di scelta. È possibilità di crescita.
Gesù non evita il deserto. Lo attraversa. Non evita la tentazione. La guarda in faccia. Non schiaccia il male con effetti speciali. Lo vince con la fedeltà. E alla fine gli angeli lo servono.
Anche tu, se attraversi il tuo deserto senza fuggire, scoprirai che non sei solo. Che dopo la notte c’è una luce più limpida. Che dopo la fame c’è un pane più vero. Perché il deserto non è il luogo dove Dio ti abbandona. È il luogo dove ti insegna a non abbandonarti più #Santanotte
Alessandro Ginotta

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