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Quando perdere è l’unico modo per salvarsi

Quando perdere è l’unico modo per salvarsi

E qui arriva quella frase che ci spiazza, che ci mette in crisi, che sembra quasi una provocazione: perdere la vita per salvarla. Perché noi, invece, passiamo il tempo a difenderla, a trattenerla, a proteggerla da tutto e da tutti. Ci aggrappiamo alle sicurezze, alle maschere, alle abitudini che ci fanno sentire al riparo. E Gesù, con una dolcezza disarmante, ci dice che così non basta. Che così non viviamo davvero

Il mio in(solito) commento a
«Chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (Luca 9,22-25)

Se siamo sinceri fino in fondo, davanti alla croce diventiamo tutti un po’ maestri nell’arte della fuga. Cerchiamo scorciatoie intelligenti, soluzioni eleganti, giri larghi che ci permettano di non passare da lì. Vorremmo una fede che consola senza ferire, che rassicura senza disturbare, che promette senza chiedere. E invece la croce resta. Ferma. Ostinata. Come se ci aspettasse da sempre.

Proviamo a ignorarla, a minimizzarla, a rimandare l’appuntamento. “Non è questo il momento”, ci diciamo. “Più avanti, quando sarò più forte”. Ma la verità è che la croce non segue i nostri tempi. Arriva quando vuole. E si pianta proprio in mezzo alla strada, costringendoci a fermarci e a guardarci dentro.

Gesù non ha mai fatto sconti sul Vangelo. Non ci ha mai venduto illusioni. Ci ha detto chiaramente che seguirlo significa rinnegare qualcosa di noi, prendere la nostra croce ogni giorno e camminare dietro a Lui. Sempre. Anche quando siamo stanchi. Anche quando siamo vuoti. Anche quando non capiamo.
Soprattutto allora.

E qui arriva quella frase che ci spiazza, che ci mette in crisi, che sembra quasi una provocazione: perdere la vita per salvarla. Perché noi, invece, passiamo il tempo a difenderla, a trattenerla, a proteggerla da tutto e da tutti. Ci aggrappiamo alle sicurezze, alle maschere, alle abitudini che ci fanno sentire al riparo. E Gesù, con una dolcezza disarmante, ci dice che così non basta. Che così non viviamo davvero.

Perdere la vita non significa annullarsi. Significa consegnarsi. Significa smettere di controllare tutto. Significa fidarsi anche quando non vediamo il traguardo. È lasciare andare l’illusione di bastare a noi stessi per scoprire, finalmente, che siamo abitati.

La croce che ci chiama per nome non è mai casuale. È fatta su misura. Anche quando ci sembra troppo pesante. Anche quando ci spezza il fiato. Perché Dio non gioca con le nostre fragilità. E quando accettiamo di portarla, quando smettiamo di opporci, accade qualcosa di inatteso: scopriamo che non siamo soli. C’è Qualcuno che cammina al nostro passo. Che sostiene il peso. Che resta.

La fede è questo spazio segreto in cui trovi forza quando pensavi di non averne più. È una sorgente che sgorga proprio quando tutto sembra arido. Quando dentro e fuori di noi si alza il coro dell’arrendersi, Dio sussurra una parola diversa. E quella parola ci rimette in piedi.

San Pietro, ad esempio, ci è passato prima di noi. Il dipinto che accompagna questa meditazione lo raffigura mentre fugge da Roma, terrorizzato dalle persecuzioni di Nerone. E chi incontra lungo la strada? Gesù! Sorpreso, gli chiede: «Domine, quo vadis?» – «Signore, dove vai?». E Gesù risponde: «Venio Romam iterum crucifigi» – «Vado a Roma, per farmi crocifiggere un’altra volta».

Quante volte facciamo lo stesso errore? Quante volte cerchiamo una via d’uscita facile, un sentiero senza ostacoli? Ma non si scappa dalla propria croce. Finché non la affrontiamo, non la superiamo.

San Paolo ci offre una chiave preziosa: «Affinché non ci confidassimo in noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti» (2Cor 1,9). La mossa vincente non è credere di farcela da soli, ma affidarci a Colui che ha già vinto il mondo.

Al di là di ogni logica, la fede è l’unica vera risposta alla sofferenza. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).

Gesù non ha guardato la sofferenza da lontano. Ci è entrato dentro. Ha abitato le nostre notti, ha toccato le nostre ferite, ha preso sul serio ogni nostra paura. E proprio lì, dove sembrava finire tutto, ha fatto nascere la vita.

E allora sì, anche quando siamo nel buio, impariamo ad aspettare l’alba. Perché nell’ombra della croce sta già maturando la Resurrezione. E quella luce, oggi, sta cercando proprio noi. #Santanotte

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Domine, Quo Vadis?”, di Annibale Carracci, 1601, olio su tavola, 77.4 x 56.3 cm, National Gallery, Londra

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