
Quando Dio ti sceglie proprio mentre stai sbagliando
Lascia che ti prenda per mano e ti conduca dentro questa scena, perché qui non c’è solo un pubblicano seduto al banco delle imposte, ma ci siamo io e te, seduti ciascuno dietro le nostre piccole e grandi contraddizioni, con il cuore che a volte pesa più delle monete che stringiamo tra le dita. Posso dirti una cosa che forse non ti aspetti? Il problema non è il peccato. Il problema è credere che il peccato sia l’ultima parola sulla tua vita!
Il mio in(solito) commento a:
“Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano” (Luca 5,27-32)
Gesù passa.
E guarda.
Non uno sguardo distratto, non uno sguardo che misura, non uno sguardo che giudica. Uno sguardo che chiama. Che attraversa. Che penetra. Che libera.
Levi è un pubblicano. Uno di quelli che la gente evita. Uno di quelli che si sono venduti al miglior offerente. Uno di quelli che hanno sbagliato. Eppure Gesù non gli tiene una lezione morale, non gli ricorda l’elenco dei suoi errori, non gli chiede prima di cambiare vita. Gli dice soltanto: “Seguimi”. E lui si alza.
Capisci cosa significa? Si alza! Lascia il banco. Lascia il passato. Lascia l’identità cucitagli addosso dagli altri. Perché quando qualcuno ti guarda con amore, improvvisamente scopri che puoi essere più grande dei tuoi sbagli.
Posso dirti una cosa che forse non ti aspetti? Il problema non è il peccato. Il problema è credere che il peccato sia l’ultima parola sulla tua vita.
Quante volte, quando sbagliamo, restiamo lì a rimuginare, a puntarci il dito contro, a ripeterci che non cambieremo mai. È una voce sottile, insinuante, che ci tiene fermi. Ci incatena. Ci convince che non siamo degni. Ma quella voce non viene da Dio.
Dio non inchioda al passato, ma apre il futuro!
E così Gesù entra in casa di Levi e si siede a tavola con pubblicani e peccatori. Non li convoca in tribunale. Non organizza un processo. Organizza una cena. Perché la conversione, prima ancora che una rinuncia, è un incontro. È sentirsi amati quando non te lo aspetti più. È scoprire che qualcuno ti preferisce proprio mentre tu ti stai scartando.
I farisei mormorano. Sempre pronti a contare i meriti e a classificare le colpe. Ma Gesù risponde con una frase che dovrebbe scuotere le fondamenta del nostro orgoglio spirituale: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano”.
Non è un’esclusione. È una rivelazione. Se ti senti giusto, autosufficiente, impeccabile, non sentirai il bisogno di essere chiamato. Ma se dentro di te c’è una ferita, una caduta, un errore che ti brucia ancora… allora questa parola è per te.
Per te.
Perché Dio non si scandalizza della tua fragilità. Si scandalizza semmai della tua sfiducia. Non teme il tuo peccato. Teme che tu non creda abbastanza al Suo amore.
E allora, quando un errore ti tormenta, non restare a dialogare con il senso di colpa. Non continuare a biasimarti come se dovessi espiare da solo. Corri. Sì, corri. Tuffati tra le braccia di Dio. Non troverai un giudice. Troverai un Padre. Non troverai un registro da aggiornare. Troverai una memoria che dimentica.
Perché Lui cancella.
E poi dimentica.
E poi ricomincia con te.
Gesù non è venuto per dare una pacca sulle spalle ai migliori. È venuto per sedersi accanto a chi si sente perso. È venuto per chi ha sbagliato strada. Per chi ha tradito. Per chi si vergogna. Per chi pensa di non avere più speranza.
È venuto per me.
È venuto per te.
E sai qual è il paradosso più sconvolgente? Che in cielo non fanno festa per chi non cade mai. Fanno festa per chi si rialza. Per chi torna. Per chi si lascia amare.
Allora smetti di pensarti irrecuperabile. Smetti di pensarti definito dai tuoi errori. Smetti di pensare che Dio abbia finito la pazienza con te.
Perché finché Lui passa accanto al tuo banco, finché il Suo sguardo incrocia il tuo, finché quella voce continua a sussurrarti “Seguimi”… la tua storia non è finita. È appena ricominciata #Santanotte
Alessandro Ginotta

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